Sette anni di terrore: così agiva la banda della Uno Bianca

La storia della banda che per 7 anni macchiò di morte e terrore Emilia-Romagna e Marche e che sconvolse l'Italia. Dietro ai killer anche cinque poliziotti

Sette anni di terrore: così agiva la banda della Uno Bianca

Prima le rapine ai caselli stradali, poi le banche e i furgoni portavalori, fino agli agguati a cittadini indifesi, poliziotti e carabinieri. Sette anni di terrore chiusero in una morsa di paura l’Emilia-Romagna e le Marche, da Bologna e Cesena, passando per Rimini, fino a Pesaro. Protagonista dei numerosi fatti di sangue una banda, formata da sei uomini, cinque dei quali poliziotti, diventata nota con il nome del modello di auto solitamente usato durante i colpi: una Fiat Uno bianca. Dal 1987 al 1994 la banda della Uno Bianca ha commesso centinaia di delitti, uccidendo decine di persone e ferendone oltre cento. A lungo le forze dell’ordine hanno indagato per cercare di dare un volto a quei criminali, che poi si rivelarono essere dei colleghi. In carcere finirono i tre fratelli Savi, due dei quali (Roberto e Alberto) erano poliziotti, mentre il terzo, Fabio, era un camionista, e altri agenti di polizia, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.

Dalle rapine ai caselli agli omicidi

Oltre cento sono i colpi attribuiti alla banda della Uno Bianca. Il primo in ordine cronologico corrisponde alla rapina al casello di Pesaro, del 19 giugno 1987. Quella volta il bottino fu di 1.300.000 lire. Poi, nel giro dei successivi due mesi, vennero messi a segno altre dodici rapine, tutte ai danni di caselli autostradali, tranne una, che venne effettuata in un ufficio postale di Coriano. Così, dai caselli autostradali si passò alle rapine negli uffici postali e, successivamente, la banda prese di mira i supermercati, soprattutto Coop. Fino a qui, la banda si era lasciata alle spalle solamente un ferito.

Tutto cambiò nell’ottobre del 1987, quando la banda tentò un’estorsione. Dopo aver crivellato di colpi le vetrine di un’autoconcessionaria di Rimini, i criminali inviarono al proprietario una lettera con una richiesta di 50 di lire. La somma avrebbe dovuto essere consegnata sulla A14: la vittima dell’estorsione, secondo le indicazioni dei malviventi, avrebbe dovuto fermarsi a ogni cavalcavia, a uno dei quali avrebbe trovato una corda, dove avrebbe dovuto legare la valigetta coi soldi, per poi andarsene. Il proprietario dell’autosalone avvisò subito la polizia di Rimini, che intervenne con l’obiettivo di smascherare i ricattatori. Il 3 ottobre 1987 l’uomo si recò all’appuntamento con la propria auto, ma nel bagagliaio era nascosto un agente di polizia, mentre un’altra auto con a bordo tre poliziotti seguiva quella della vittima dell’estorsione.

Arrivati vicino al cavalcavia al chilometro 104 della A14, a poca distanza dal casello di Cesena, l’auto della polizia venne investita da una raffica di colpi e, durante il seguente conflitto a fuoco, vennero feriti i tre poliziotti che viaggiavano a bordo: Antonio Mosca, Addolorata Di Campi e Luigi Cenci. Mosca morì nel luglio del 1989, dopo un lungo periodo di sofferenza, e viene considerato la prima vittima della banda della Uno Bianca.

Dopo questo colpo i criminali in divisa passarono alle rapine nei supermercati e, durante quella alla Coop di Rimini, il 30 gennaio 1988, venne uccisa la guardia giurata Giampiero Picello, 41 anni. Erano circa le 18 quando i criminali iniziarono a sparare, uccidendo Picello, ferendo gravemente un’altra guardia giurata e altre persone, tra cui una bambina di 9 anni. "Ero andata a fare la spesa con mio padre, mia madre e mia sorella di tre anni - raccontò quella bambina al Corriere della Sera, diversi anni dopo - Mentre eravamo sulla rampa che portava all’ingresso della Coop sentimmo degli scoppi alle nostre spalle [..] Poi sentii ancora le urla di mio padre che ci dice di stare giù perché stanno sparando".

A questo episodio seguirono una serie di rapine e tentate rapine. Durante quella compiuta in un supermercato a Casalecchio di Reno ci fu un’altra vittima: di nuovo guardia giurata, Carlo Beccari, 26 anni, che stava prelevando l’incasso giornaliero insieme a tre colleghi, che rimasero feriti.

I carabinieri uccisi a Castel Maggiore

Dopo altri due colpi, a un casello e a una Coop, si arrivò al 20 aprile del 1988. La lista di morti legati alla Uno Bianca si allungò. A perdere la vita furono due carabinieri di 22 anni, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, durante un giro di perlustrazione nelle zone più isolate di Castel Maggiore (Bologna). I militari si avvicinarono all'auto della banda, puntandovi contro il piccolo faro della vettura per illuminare. Poco dopo, i due carabinieri vennero investiti da una raffica di colpi, che li lasciò a terra, senza vita.

Come si legge nella Sentenza della Corte d’Assise di Bologna del 31 maggio 1997, Roberto e Fabio Savi ammisero di essere i responsabili della morte dei due carabinieri. "Sparai io con la 357 e Fabio con un’altra pistola a tamburo", disse Roberto raccontando l’episodio: "Eravamo a Castel Maggiore per la rapina al furgone portavalori, ce ne stavamo andando perché le guardie giurate erano fuori orario […] Ricordo che noi stavamo andando via quando arrivarono i carabinieri. Noi dicemmo che andavamo di fretta e che eravamo in ritardo. I due militari tirarono fuori la pistola e ci chiesero i documenti. A quel punto noi sparammo. Non ricordo se anche i due militari riuscirono a sparare. Anche se direi di no". Anche Fabio ammise il duplice omicidio, dichiarando, come si legge in sentenza: "lo abbiamo fatto io e mio fratello Roberto". E descrivendo la dinamica "in maniera del tutto corrispondente alla versione fornita dal complice".

Nel corso del 1988 la banda compì ancora diverse rapine a caselli, supermercati e uffici postali, collezionando altri feriti e un bottino complessivo da centinaia di milioni di lire. Successivamente, il 26 giugno 1989, i killer colpirono di nuovo: poco dopo aver rapinato la Coop di Corticella, i banditi incontrarono il 52enne Adolfino Alessandri, che li apostrofò con un "cosa fate, delinquenti?". Tanto bastò a spingere i membri della banda a uccidere l’uomo. Seguirono ancora una serie di rapine, tra cui quella all’ufficio postale di Bologna, che causò una quarantina di feriti, uno dei quali, Giancarlo Armorati, morì successivamente. La stessa sorte di Alessandri toccò anche a Primo Zecchi, colpevole di aver assistito a una rapina in una tabaccheria e di aver provato a prendere la targa dell’auto dei criminali.

Nel 1990 la banda della Uno Bianca si rese protagonista di diverse azioni delittuose e di altri tre omicidi. I primi, in ordine cronologico, furono quelli di Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina, colpiti dai criminali che avevano aperto il fuoco sul campo nomadi di via Gobetti a Bologna. Era il 23 dicembre 1990, due giorni prima di Natale. Appena quattro giorni dopo, una Uno bianca si fermò a un distributore di benzina a Castel Maggiore e due uomini armati chiesero al benzinaio di consegnare l’incasso della giornata. Prima di andarsene, i criminali uccisero Luigi Pasqui. Ma l’uomo non fu l’unica vittima di quel giorno: anche Paride Pedini venne ucciso, probabilmente perché aveva visto la banda cambiare auto, a Trebbio di Reno.

La strage del Pilastro

Un altro agguato, dopo gli omicidi a Castel Maggiore, coinvolse i carabinieri. Era il 4 gennaio del 1991. Ore 21.45. Una pattuglia dell’Arma stava transitando nel quartiere Pilastro di Bologna. Dopo aver imboccato via Casini, l’auto venne investita dai primi colpi, che ferirono mortalmente il militare alla guida, Otello Stefanini. L'auto dei carabinieri sbandò, prima contro il marciapiede, rompendo la ruota anteriore e lo sterzo, e poi finì contro quattro cassonetti. Quando l’auto dei militari si fermò, per gli altri due carabinieri a bordo, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, non c’era più scampo: gli assassini iniziarono a sparare addosso ai sopravvissuti, dandogli poi il colpo di grazia. I killer del Pilastro erano a bordo di una Fiat Uno bianca. La stessa macchina, notarono inquirenti, stampa e opinione pubblica, comparsa in molti degli omicidi compiuti nella zona di Bologna negli ultimi mesi.

Roberto e Fabio confesseranno di essere i killer dei poliziotti e daranno la loro versione, nel corso degli interrogatori e del processo di Bologna del 1994. "All’inizio di via Casini venimmo sorpassati da un’auto dei carabinieri e pensammo che questa stesse per fermarci - dichiarò Roberto - Allora esplosi dal finestrino del posto anteriore destro alcuni colpi in direzione del baule della vettura […] C’eravamo io, Alberto alla guida, Fabio dietro". La loro presenza al Pilastro venne spiegata con la necessità di procurarsi delle auto da usare nei successivi colpi. "Noi pensammo che i carabinieri stessero scappando via - continuò Roberto - poi circa 100-150 metri più avanti la macchina era ferma, questi erano scesi e stavano sparando verso di noi, io rimasi ferito nel momento in cui stavo scendendo dalla macchina".

La strage del Pilastro fu uno dei crimini più efferati commessi dalla banda della Uno Bianca e quello che ha maggiormente sconvolto l’opinione pubblica, tanto che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì la strage "un atto di guerra". Quella sera a perdere la vita non furono solo tre carabinieri, ma tre ragazzi poco più che ventenni, che lasciarono madri, padri, mogli, figli, fratelli e sorelle a piangere la loro morte.

Gli ultimi colpi

L’ultima strage non fermò la banda della Uno Bianca, che per altri due anni continuò a seminare terrore e morte tra Emilia-Romagna e Marche. Il 20 aprile 1991 perse la vita il titolare di una stazione di servizio di Borgo Panigale, il cinquantenne Claudio Bonfiglioli, che stava ritirando l’incasso del self-service automatico. A terra, in mezzo al sangue, rimasero la gran parte dei soldi appena prelevati dall’uomo.

Il 2 maggio dello stesso anno, a perdere la vita furono Licia Ansaloni, 48 anni, e Pietro Capolungo, 66. Come riporta il Comune di Bologna, che ha ricostruito una mappa degli atti delittuosi della banda, intorno alle 10.15 di quella mattina, un uomo entrò nell’armeria di Licia Ansaloni, in pieno centro a Bologna, chiedendo di visionare alcune pistole. Quell’uomo era Fabio Savi, che poco dopo fu raggiunto da Roberto. A scoprire i corpi di Ansaloni e Capolungo, a cui i killer avevano sparato a distanza ravvicinata, furono un cliente e un negoziante. Anche questa volta, i soldi erano rimasti al loro posto. A mancare erano, invece, due pistole.

Il 19 giugno, la banda si recò distributore di benzina di Cesena, dove trovò il gestore Graziano Mirri, 55 anni. Quando la Uno bianca si fermò, due banditi scesero dall’auto, intimando all’uomo di consegnare loro i soldi, come percepito anche dalla moglie della vittima, che assistette alla scena. "Cos’è, uno scherzo?", avrebbe risposto Mirri ai killer, che senza dare ulteriori spiegazioni esplosero nove colpi di pistola contro l’addome dell’uomo, uccidendolo. Nessun bottino. Solo un morto in più nella lunga lista di sangue.

Circa due mesi dopo il colpo al distributore di benzina, i killer presero di mira due operai senegalesi, Ndiaj Malik, 29 anni, e Babou Chejkh, 27 anni. I due operai erano in cerca di un albergo, quando furono affiancati dall’auto diventata tristemente famosa. Gli uomini a bordo scaricarono sulle vittime decine di colpi, che tolsero la vita ai due ragazzi.

Tra il 1993 e il 1994 altre tre persone perirono sotto i colpi dei poliziotti-killer. Il 24 febbraio 1993 venne assassinato Massimiliano Valenti, un ragazzo di 21 anni, dipendente di una ditta di trasporti, che senza volerlo aveva assistito al cambio di auto della banda, dopo la rapina al Credito Romagnolo di Zola Predosa. Lì, intorno alle 8.30, un bandito, travestito con baffi finti, occhiali neri e un cappello, aveva portato via 50.000.000 di lire. Massimiliano venne costretto dai banditi a entrare nella loro auto e, dopo averlo ucciso, lo abbandonarono sul ciglio di un fossato. Nello stesso anno, i banditi tentarono una rapina alla Cassa di Risparmio di Riale. Lì però, l’impiegata presa di mira riuscì a ribellarsi e uscì per dare l’allarme, avvicinandosi a un’officina. I killer però non rinunciarono alla vendetta e iniziarono a sparare in direzione dell’officina, ferendo gravemente l’elettrauto Carlo Poli, che morì pochi giorni dopo.

Risale al 24 maggio 1994 l’ultimo omicidio della banda della Uno Bianca. Erano da poco passate le 8 a Pesaro e il direttore della Cassa di Risparmio, Ubaldo Paci, stava entrando in filiale, quando venne avvicinato da un uomo con barba posticcia, occhiali e cappello, che gli sparò un colpo di pistola alla schiena. Poi, con un altro colpo si assicurò che Paci morisse. Poco distante, un complice, in macchina, lo aspettava per fuggire.

Questa fu l’ultima azione della banda della Uno Bianca. Dopo centinaia di azioni criminali e 23 omicidi i killer vennero fermati.

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