Responsabilità chiama responsabilità

Dopo una rinuncia a candidarsi che gli è costata non poco, celebrata sull'altare della responsabilità e dell'interesse del Paese, come si addice ad uno statista, Silvio Berlusconi ha chiesto a sua volta un atto di responsabilità a Mario Draghi.

Responsabilità chiama responsabilità

Dopo una rinuncia a candidarsi che gli è costata non poco, celebrata sull'altare della responsabilità e dell'interesse del Paese, come si addice ad uno statista, Silvio Berlusconi ha chiesto a sua volta un atto di responsabilità a Mario Draghi: non è il momento, infatti, che l'attuale premier lasci Palazzo Chigi perché alle emergenze di ieri, tutt'altro che risolte, se ne sono aggiunte altre. Basta leggere i bollettini della Confindustria, della Cgia di Mestre, della Confcommercio per scoprire che l'inflazione ha cominciato ad impennarsi e che rispetto allo scorso anno il costo dell'energia è salito di 17 miliardi (secondo gli industriali un -0,8% di Pil).

In un momento del genere, quindi, sarebbe da irresponsabili decapitare un governo senza avere nessuna certezza di farne un altro. Anzi, se si squarciasse il velo di ipocrisia che pervade la sceneggiatura scritta dal comitato Draghi for President - composto dagli strateghi di Palazzo Chigi, da Enrico Letta con la consulenza, al solito a metà, di Matteo Renzi -, si scoprirebbe che la salita al Colle dell'attuale premier avrebbe come unico epilogo le elezioni anticipate. Non per nulla il «non veto» di Giorgia Meloni su Draghi è funzionale allo schema di chi accetterebbe il trasloco del premier al Quirinale solo nella prospettiva che si porti dietro le urne. Non certo un'interpretazione rassicurante per i parlamentari.

Ma il punto vero è che con la sua rinuncia Berlusconi ha lanciato una sfida a Draghi e alla sinistra: responsabilità, infatti, chiama responsabilità. È una risposta anche alla narrazione di parte che Letta e soci hanno tentato di imporre in queste settimane: dopo aver eletto due presidenti a maggioranza (Napolitano e Mattarella), a sinistra si sono inventati l'espressione «divisivo» per il Cav. Appunto, Berlusconi è talmente «divisivo» che di fronte ai «no», ai veti, ad una campagna di intimidazione di altri tempi con gli stessi protagonisti invecchiati e claudicanti e le stesse panzane di quindici anni fa, ha rinunciato a correre per non mettere a repentaglio l'unità del Paese. Bisogna vedere, a questo punto, se sull'altro versante, a cominciare da Draghi, mostreranno la stessa sensibilità.

Tanto più che giorno dopo giorno la candidatura del premier, suo malgrado e magari con il suo disappunto, si è tinta di un colore solo. Quello del Pd, che sprovvisto di altri nomi e non potendo contare su Sergio Mattarella, lo tira da settimane per la giacchetta, lo ha trasformato nel proprio candidato. È diventato quasi un nome di parte. Ora il problema è vedere quali candidature il centrodestra riuscirà a mettere in campo, ben sapendo che la sinistra per far rientrare dalla finestra il nome di Draghi, comincerà a drammatizzare con la solita tiritera che bisogna far presto. Un'altra narrazione di comodo che va contro le cronache ufficiali delle istituzioni di questo Paese. Facendo, infatti, la media ponderata del tempo che è stato necessario per eleggere i dodici presidenti della Repubblica che si sono succeduti fino ad oggi (a parte quella di De Nicola che fu eletto dall'Assemblea Costituente) si arriva alla bellezza di 11 scrutini. E non è mai morto nessuno.

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