Scelta rischiosa. Certe libertà sono inviolabili

Ti chiedi se un giorno il vaccino servirà per votare o per andare al pronto soccorso. Non è ancora così, per ora si parla di altre limitazioni

Scelta rischiosa. Certe libertà sono inviolabili

Ti chiedi se un giorno il vaccino servirà per votare o per andare al pronto soccorso. Non è ancora così, per ora si parla di altre limitazioni. Niente bar o ristoranti, niente cinema e teatri, non si potrà salire su treni e aerei. Si discute sulla scuola. Non ci saranno insegnanti scettici. Il vaccino di fatto sta ridisegnando la carta dei diritti e l'idea di cittadinanza. Il punto chiave del «passaporto sanitario» è proprio qui. Non è un discorso ozioso. Ti diranno che si sta parlando di nulla. Sono le solite preoccupazioni dei libertari da salotto. Questioni ridicole e capziose. C'è una pandemia, c'è una lista di morti che non si può cancellare, c'è la necessità di non dare al virus spazi imprevedibili di metamorfosi. La salute viene prima, prima di tutto. La sopravvivenza è il valore più alto. Tutto questo ha un senso, ma non è peccato sottolinearne i costi. Le conseguenze del «passaporto» non sono affatto gratis.

Tanti sono vaccinati. Tra questi c'è chi scrive. È una scelta di fiducia, ma nasce anche da un rischio ragionato: il virus adesso preoccupa più del resto. Come ragiona chi ha detto no? C'è chi si tira indietro per ideologia, chi per paura, chi non si fida, chi si sente una cavia. C'è chi razionalmente sostiene: a trent'anni mi fa più paura il vaccino del virus. Nessuno, dicono, ha chiarito quali saranno le conseguenze tra un quarto di secolo. La realtà è che in tutti e due i casi, vaccinati e no, la scelta è individuale e un po' alla cieca. Può lo Stato revocarti una serie di diritti perché non segui la maggioranza?

Ci troviamo di fronte al più classico bivio dell'avventura umana: sicurezza o libertà? Non c'è una risposta binaria a questa domanda. È chiaro che ognuno è più sensibile all'una o all'altra cosa. In realtà tutte le civiltà si muovono su questa linea. La Cina, per esempio, è più verso lo zero (sicurezza) e l'antipatica Inghilterra verso l'uno (libertà). Ora il «passaporto» ti dice che ci sono cittadini pieni e altri dimezzati. I secondi sono tutti quelli che rifiutano il vaccino. Sono reietti. È qualcosa di anomalo, perlomeno qui da noi. È giustificato da ragioni superiori di salute pubblica. È già successo con il lockdown.

C'è un'emergenza e lo Stato può limitare le libertà individuali. È già successo, no? Cosa cambia? Non potevi uscire, non potevi andare in un altro comune, mascherina obbligatoria e tutto il resto. Il «passaporto» però è più sottile. È un passo che apre a conseguenze filosofiche, e a lungo andare pure pratiche, piuttosto insidiose. Il passaporto, infatti, riconosce i tuoi diritti. Tu sei vaccinato quindi non hai restrizioni. Solo che c'è un problema. Quei diritti sono inalienabili. Vengono prima. Non li definisce lo Stato. Non li certifica lo Stato. Non li approva lo Stato. Non li elargisce. Quei diritti sono tuoi. Nessun «passaporto» può darteli, nessun «passaporto» può strapparteli. Non può dire tu sì e tu no. Lo Stato di emergenza da cui nasce il lockdown è già una forzatura. È una sospensione eccezionale delle libertà individuali. Il «passaporto» da questo punto di vista è peggio. È la certificazione che quei diritti non sono tuoi. È un passaggio di proprietà. Quei diritti non sono più inalienabili.

Questo è un cambio di paradigma. È una rivoluzione. È qualcosa che sgretola i principi fondamentali su cui si basa l'architettura liberal-democratica. È abbattere le colonne del nostro mondo. Esagerato? È solo un passaggio temporaneo. È un'emergenza. Certo, ma una variante che può aprire a metamorfosi imprevedibili. Chi decide quando c'è o non c'è emergenza? E fino a che punto puoi spingerti nel nome della sicurezza? Chi segna il limite? Ci sono alcuni governi europei, ad Est, che stanno già teorizzando l'autoritarismo democratico. Si appellano al diritto delle maggioranze e non hanno neppure avuto bisogno del virus per sradicare alcune libertà inalienabili. Sicuri che il «passaporto» sia un precedente passeggero?

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