Si sbriciolano gli edifici fabbricati dalle coop, finisce il modello rosso

Crollati i capannoni per la grande distribuzione fatti in economia E la procura di Ferrara ha ordinato indagini su diverse fabbriche

Si sbriciolano gli edifici fabbricati dalle coop, finisce il modello rosso

Regione Emilia-Romagna: non c’è furgone, cucina da campo, mezzo mobile privo dell’autorevole firma. La regione rossa per eccellenza dispiega tutta la sua forza nell’emergenza. Suo il coordinamento dei soccorsi, suo l’allestimento delle tendopoli. Paradossalmente, però, la gestione era stata migliore in Abruzzo. Lo spiegano nel campo di prima accoglienza a fianco della stazione degli autobus a Finale Emilia. Allora la Regione fu incaricata di montare la tendopoli di Villa Sant’Angelo. In 36 ore i terremotati ebbero un posto dove ripararsi.

Invece nel modenese «siamo in ritardo almeno di 12 ore», ammette un volontario della protezione civile. Mancano l’acqua e la corrente. E poi le strutture da approntare sono cinque: il coordinamento di uomini e mezzi di trasporto è più complicato. Così, quando l’emergenza è in casa propria, nemmeno l’agguerritissima Regione Emilia-Romagna è in grado di rispondere ai bisogni della popolazione.
C’è però un altro fronte della politica regionale di questi anni di cui il sisma di domenica ha mostrato i limiti: il modello di sviluppo. Sono crollati i fabbricati rurali abbandonati. Hanno ceduto edifici pubblici di interesse storico non sufficientemente conservati. Si sono accartocciati come fragili castelli di carte decine di capannoni industriali edificati in tempi recenti. E sono chiusi numerosi supermercati targati Legacoop, il simbolo del «modello Emilia-Romagna».

A Finale Emilia è transennata la Coop a fianco della tendopoli. All’esterno sembra che tutto sia a posto, ma è sotto terra che le cose non vanno: il parcheggio interrato non ha retto, c’è il rischio che i pilastri di sostegno cedano. Il nastro biancorosso cinge anche il Conad di Massa Finalese, pochi chilometri verso ovest costellati da ruderi di cascinali sventrati. A San Felice sul Panaro, epicentro della scossa più forte, è inagibile la sede stessa della locale coop costruttori. «Almeno quella dovevano costruirla bene», mormorano nel bar poco lontano.
Come mai le case costruite una volta hanno resistito, mentre gli edifici realizzati dalle coop e i capannoni industriali no? I tecnici effettueranno sopralluoghi e sondaggi, la Procura della Repubblica di Ferrara ha ordinato indagini sulle tre fabbriche attorno a Sant’Agostino dove hanno trovato la morte quattro operai che lavoravano nel cuore della notte.

Ha tenuto il modello ereditato dalla tradizione, è crollato ciò che se ne è discostato. Un’edilizia industriale priva di controlli e costruita con i prefabbricati. Capannoni per la grande distribuzione realizzati in economia. Attenzione scarsa o nulla per l’adeguata conservazione del patrimonio storico e culturale. Infrastrutture pubbliche non a regola d’arte, come dimostrano le decine di strade e ponti chiusi al traffico nell’area maggiormente colpita dal terremoto. Asfalto sbrecciato o pieno di buche, ponti pericolanti perché i pilastri hanno tenuto ma non le connessioni con la sede stradale.

Tutta colpa della Regione? Certo che no. Ma è lecito porsi qualche interrogativo su un modello di crescita economica che ha favorito lo sviluppo di realtà imprenditoriali senza accompagnarlo con controlli, opere pubbliche, regole certe. Quello che per anni è stato un volano di affari, fatturato, occupazione, ora rischia di trasformarsi in un boomerang. «Per fortuna che tutto è successo nella notte di domenica», si sente ripetere ai capannelli ai margini delle transenne dove si ammassa la gente senza casa e senza lavoro. Per fortuna: nessuno osa immaginare quale sarebbe il bilancio del sisma se le scosse avessero demolito i fabbricati industriali negli orari di lavoro più intenso.

I maggiori distretti industriali della zona terremotata, cioè le ceramiche di Sant’Agostino e il biomedicale di Mirandola, sono in ginocchio. I rilievi per verificare la stabilità e l’agibilità delle costruzioni saranno lunghi. Difficilmente calcolabili i tempi per ripristinare gli edifici semidistrutti. Il lavoro, con gli stipendi, potrebbe mancare per mesi. E su tutto incombe lo spettro di questa interminabile crisi. A Mirandola, dove il castello dei Pico perde mattoni a ogni angolo, si teme che le multinazionali della biomedicina approfittino della sciagura per chiudere gli impianti emiliani e delocalizzare. Le voci circolano da tempo; adesso sembra che sarà più conveniente demolire in Italia e ricostruire all’estero. E allora nemmeno la possente macchina di protezione civile della regione potrà far nulla.

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