Un silenzio che sa di debolezza

Draghi aveva immaginato il "modello Bce". Quello delle conferenze stampa all'Eurotower di Francoforte, quando se nella premessa diceva "non risponderò a domande" su questo o quello tutto finiva per andare liscio

Un silenzio che sa di debolezza

Draghi aveva immaginato il «modello Bce». Quello delle conferenze stampa all'Eurotower di Francoforte, quando se nella premessa diceva «non risponderò a domande» su questo o quello tutto finiva per andare liscio. Invece - nonostante il forsennato pressing di Palazzo Chigi, apertosi già a metà mattina - alla fine di domande non gradite ne sono spuntate due. Ovviamente sul Quirinale, perché quello è il tema di cui Draghi non vuole assolutamente parlare.

Nonostante il voto sul presidente della Repubblica sia in calendario fra appena due settimane, nonostante l'appuntamento sia per la politica italiana uno spartiacque che cade ogni sette anni (centrale e determinane un po' come lo sono, mutatis mutandis, le presidenziali negli Stati Uniti), nonostante solo 19 giorni fa l'ex numero uno della Bce abbia detto urbi et orbi (nella conferenza stampa di fine anno del 22 dicembre) di essere disponibile a correre per il Colle, nonostante praticamente tutti i leader della maggioranza che sostengono il suo governo stiano da settimane dibattendo e litigando sull'opportunità che il premier resti o no a Palazzo Chigi. Nonostante tutto questo, incredibilmente, qualsiasi domanda in proposito è considerata unfit dal premier e dal suo entourage.

Un segno di debolezza. Confermato da un Draghi che ieri non ha dispensato né sorrisi, né battute, lui che ha sempre saputo sfoggiare doti di grande comunicatore. Per giunta, in momenti ben più cruciali di quello che sta oggi passando il Paese, come quello della crisi dell'euro e dell'ormai celebre «whatever it takes». Una conferenza stampa convocata per fare il punto sulle misure ant-Covid, ma il cui convitato di pietra è la corsa per il Quirinale che da mesi paralizza la politica tutta. Di questo Draghi sceglie volutamente di non parlare. Lo dice in premessa: «L'ultima postilla è che non risponderò a domande su immediati e futuri sviluppi sul Quirinale».

Politicamente, la traduzione è tanto facile quanto banale. Draghi non cambia posizione rispetto alla conferenza stampa di fine anno in cui si è sostanzialmente detto più che disponibile ad andare al Quirinale. La sua candidatura resta, con la consapevolezza che la strada si va facendo più disagevole. E infatti la ragione per cui il premier decide di presentarsi in conferenza stampa nonostante il veto sull'unica domanda che abbia davvero un senso sul futuro politico del Paese, è quello di mandare un messaggio di unità della maggioranza.

«Il governo c'è, non è fermo come si dice, anzi è in piena attività», è il messaggio di Draghi. Che sa benissimo che la percezione di un governo paralizzato in vista della partita del Quirinale sta ormai prendendo piede da molte settimane. E, soprattutto, che proprio questa impressione potrebbe pesare negativamente nella corsa al Quirinale. Una sfida che - almeno a ieri - Draghi ha scelto di tenere ancora viva. Consapevole delle tante difficoltà, del rischio di forzare la mano e finire con un vero e proprio all in alla quarta votazione di un Parlamento che tutto vuole fuorché le elezioni anticipate. Con l'eventualità, per giunta, che se dovesse andare al Colle si aprirebbe - con buona pace di ogni accordo preventivo - la riffa per Palazzo Chigi con il rischio concreto di elezioni anticipate.

Tutte buone ragioni per cui - nonostante il silenzio di ieri in conferenza stampa - Draghi continua a non escludere di sfilarsi davvero dalla corsa. Non ora, ma nell'imminenza del primo voto del Parlamento in seduta comune in programma il 24 gennaio.

E - a quel punto - provando a fare il kingmaker del nuovo presidente. Dunque, benedicendo il Mattarella bis.

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