I bambini soldato del Risorgimento

Pubblichiamo, per gentile concessione della casa editrice Salerno, un estratto di L'elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme

I bambini soldato del Risorgimento

Le accademie militari nelle quali entrano Salvatore, Enrico e Cesare hanno una sola funzione: quella di sfornare buoni ufficiali, dove con buoni si intende resistenti alla fatica, capaci di stare in società e tecnicamente in grado di esercitare il mestiere delle armi, rigorosamente in quest’ordine di priorità. Che i futuri ufficiali si dimostrino in grado di padroneggiare le discipline militari è certamente gradito, ma non fondamentale: sono i fattori morali, fisici e comportamentali a essere valorizzati maggiormente. È la Restaurazione che dura da quindici anni, e che non accenna a finire.

Gli ufficiali che si formano nelle accademie sono pochi, pochissimi. La Nunziatella negli anni ’30 ospita contemporaneamente non piú di un centinaio di allievi distribuiti su otto classi, l’Accademia di Torino attorno ai duecento su dieci classi. Tutti gli altri ufficiali degli eserciti piemontese e napoletano, e sono migliaia, non ricevono alcuna istruzione professionale se non quella basata sulle evoluzioni in piazza d’armi che viene impartita nelle caserme. I rampolli delle grandi famiglie nobili hanno inoltre la possibilità di trascorrere un anno come cadetti in qualche reggimento, solitamente di cavalleria, al termine del quale diventano automaticamente ufficiali senza alcuna verifica di competenze e capacità.

Anche se si tratta di cosí pochi individui, o forse proprio per questo, i responsabili delle istituzioni militari piemontese e napoletana sono ben attenti a mantenere sotto controllo la provenienza sociale degli allievi. Sia a Torino che alla Nunziatella, la maggioranza dei posti disponibili è assegnata di rettamente dal sovrano. In Piemonte i prescelti sono in maggioranza figli di nobili, a Napoli orfani o figli di ufficiali, il che riflette le due diverse strategie perseguite dalle rispettive case regnanti. I Savoia mirano a perpetuare il circolo ristretto dei loro nobilissimi cavalieri della tavola rotonda, i Borbone a creare invece una classe di ufficiali completamente fedele alla corona perché priva di altri mezzi di sostentamento, proprietà terriere o titoli nobiliari. Da un lato, quindi, un esercito guidato da aristocratici che diventano ufficiali per diritto di nascita, dall’altro uno governato da una casta chiusa di militari, figli e nipoti di altri militari. Per accedere ai posti che rimangono vacanti dopo le assegnazioni per grazia sovrana, e che variano da un quarto a un terzo del totale, è previsto il pagamento di una retta, e nel caso di Torino il superamento di un esame di ammissione tutto incentrato sulla dottrina cattolica.

Dove non arriva la selezione diretta, insomma, c’è comunque un consistente filtro all’ingresso che tiene lontane dalle accademie militari le classi sociali indesiderate. Per i figli delle famiglie borghesi, commercianti e artigiani, agricoltori e piccoli proletari, riuscire a entrare in accademia è un terno al lotto, è parecchio costoso, ma è anche uno dei pochi ascensori sociali rimasti in funzione in quell’Italia della Restaurazione, nella quale non c’è ancora stata la rivoluzione industriale e le porte si aprono facilmente solo con la chiave del sangue blu.

Per gli otto, nove anni che trascorrono all’interno delle due accademie, il loro mondo è riassumibile in una serie di spazi chiusi: una camerata, un’aula, una palestra per la scherma, la cavallerizza, un cortile. Qualche rara passeggiata in gruppo per le vie circostanti l’istituto, sempre guidati e sorvegliati da un superiore. Quasi dieci anni di segregazione dal mondo esterno, e di forzata convivenza, sempre gomito a gomito, con poche decine di coetanei.

Nel corso degli otto-nove anni di separazione dal genere femminile in ogni sua forma ed espressione, l’unica possibilità di sperimentare una relazione affettiva a disposizione degli allievi è l’omoerotismo. Non ci sono testimonianze paragonabili a quelle disponibili per l’accademia austriaca di Wiener-Neustadt, secondo le quali gli allievi appartenenti alle classi anziane sono addirittura incoraggiati dai sorveglianti a trovarsi un amante tra i propri compagni piú giovani. È vero che tra l’allievo anziano e lo Schmalzel, il compagno-amante del mondo tedescofono, non necessariamente il rapporto affettivo si trasferisce automaticamente sul piano fisico. Tuttavia un’istituzionalizzazione del genere, sia pure ufficiosa, è semplicemente impensabile nel rigido e bigotto Piemonte carloalbertino e nella carnale ma cattolicamente repressa Napoli borbonica.

Ciò non toglie che per molti allievi di entrambe le accademie la prima esperienza emotivamente coinvolgente con una persona diversa dai propri parenti prossimi sia certamente avvenuta con un compagno. Che tale esperienza venisse spesso accompagnata da disastrosi sensi di colpa, o da conseguenze piú gravi, pregiudicando a volte per sempre l’equilibrio emotivo dei futuri ufficiali, è ugualmente fuori discussione. Ne fa fede una lettera dell’allievo Alfonso Ferrero della Marmora, che nell’ottobre del 1819 scrive al fratello maggiore Edoardo giurando che non darà piú sfogo alla sua «cattiva abitudine», nella quale alcuni compagni hanno provato a «farlo ricadere». Pochi giorni prima, soltanto il tempestivo intervento di un compagno ha impedito che nella Vigna dell’Accademia si consumasse ancora una volta l’innominabile peccato.

Quando Salvatore, Cesare ed Enrico entrano in accademia sono dei bambini. Ne escono uomini fatti: ma uomini che hanno passato quasi tutta la propria vita senziente in una bolla che li ha separati dai propri coetanei che non indosseranno un’uniforme, rendendoli irreversibilmente diversi da loro.

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