La speranza di un’orfana

L’esercito russo le ha ucciso i genitori, una sorella di 10 anni e il fratellino di 5. Ora Sofia, 13 anni, è in cura al San Raffaele di Roma. I medici: "È grave, ma impegnati a salvarla".

La speranza di un’orfana

No, Sofia Kudrin, 13 anni, non era a bordo dell'auto che il tank russo ha intenzionalmente investito, schiacciandola come una scatoletta e sterminando la famiglia che era a bordo: una delle immagini più orribili che, nei primi giorni dell'invasione russa, ci hanno fatto capire che questa sarebbe stata una guerra spietata, come sono spietate tutte le guerre; e che la favola dei «corridoi umanitari» e dei «civili salvaguardati» è, appunto, solo una favola.


No, Sofia non era in quella macchina stritolata dai cingoli del carro armato di Putin, ma è come se lo fosse stata. Lei, sua sorella Polina, 10 anni, e il fratellino Semyon, 5 anni, erano, con i loro genitori, in una vettura simile a quella del video che ha fatto il giro del mondo: pochi frame di un «film» che sintetizza tutto l'orrore dell'«operazione speciale» dello zar Vladimir. Anche Sofia e i suoi cari stavano cercando di allontanarsi dalla mattanza di Kiev, la loro città. La casa della famiglia Kudrin era già stata sventrata dalle bombe, non rimaneva che cercare riparo attraversando la frontiera. E allora «tutti in macchina!», l'ordine con le lacrime agli occhi di papà Anton, il padre di Sofia, Polina e Semyon. Il tempo di raccogliere vestiti pesanti e qualche coperta, ed ecco l'auto sfrecciare cercando oltreconfine quella pace ormai persa tra le proprie mura. I bambini sono accucciati sul sedile di dietro. Hanno la testa abbassa perché temono agguati.


Sofia è la più grande e cerca di far coraggio a Polina che, a sua volta, stringe forte Semyon: «Vedrete che ce la faremo», urla forte mamma Svetlana. Ma lungo la strada per la salvezza ci sono i russi che alle porte della capitale fanno fuoco su quelli che fino a qualche giorno prima erano considerati «fratelli», ma che ora per le logiche impietose della geopolitica sono diventati nemici da distruggere. E poco importa se i Kudrin non sono soldati ucraini, ma inermi cittadini in cerca di un rifugio. I proiettili si abbattono sulla macchina. Ed è una strage. Uccisi sul colpo i genitori: Anton Kudrin e sua moglie Svetlana Zapadynskaya. Poi nel giro di poche ore le ferite non lasciano scampo a Polina (il sul volto bellissimo è diventata una delle immagini-simbolo del conflitto) e al piccolo Semyon.


In vita, per fortuna è rimasta Sofia, ricoverata ora in gravi condizioni all'ospedale San Raffaele di Roma. Sofia non sa ancora di aver perso genitori, sorella e fratellino. Se si salverà sarà dura rivelarglielo. Ma, per farlo, forse c'è già la persona giusta: è la dottoressa Amalia Allocca che dell'ospedale Irccs San Raffaele di Roma è il direttore sanitario, ma è soprattutto una donna sensibile come può esserlo solo una mamma.
Il bollettino medico ripercorre l'odissea di Sofia: «La piccola è arrivata due sere fa da Kiev dopo un lungo viaggio in ambulanza, accompagnata dalla nonna. Presenta una tetra paresi, prevalente a destra, esito di ferite da arma da fuoco, le principali in sede cervicale e cranica, subite mentre era in macchina con tutta la sua famiglia, e lei è ad oggi l'unica superstite». Poi, una frase che lascia aperto lo spiraglio alla speranza: «Le condizioni sono stabili»; un speranza rafforzata dalla solidarietà di chi in questo frangente non le fa mancare il proprio affetto: «La rete di solidarietà degli ucraini presenti a Roma, ci aiuta costantemente nella traduzione di messaggi rivolti a lei ed alla nonna che ci consentono di effettuare le necessarie terapie, e di ascoltare i suoi bisogni, materiali e psicologici».
Accanto a Sofia si alternano dottori e infermieri. Le sorridono, tenendole la mano. Notte e giorno. La guerra, allo stesso tempo, è lontana e vicina. Per Sofia. Ma anche per tutti noi.

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