Racconta Aldo Cazzullo che l’Italia, almeno quella sui binari, sembra finire a Mestre. Chi vuol proseguire per Trieste deve arrangiarsi. Trieste è una città conquistata al prezzo di 650 mila vite, perdute nel disastro della guerra, ma i nostri connazionali hanno la memoria corta. “Un secolo fa –scrive Cazzullo nel suo ultimo libro L’Italia s’è ridesta, Mondadori – da Trieste partivano treni per Fiume, Lubiana, Ragusa, Mostar, Belgrado, Budapest, ora (anche a causa dei ritardi sloveni) non si va più neppure a Vienna. In vagone letto si arrivava a Belgrado e Parigi, ora si va solo a Lecce. Per Roma bisogna cambiare. “Ci si mette più tempo ad andare in treno da Trieste a Roma che in aereo da Roma a New York”, ha scritto Giovanna Botteri sul Piccolo che ha raccolto le testimonianze di triestini indignati, compresa Margherita Hack, toscana che lavora qui dal 1964: “A Mestre si perde sempre la coincidenza, non ci aspettano mai””. Trieste è laggiù, in fondo: la città più settentrionale del Mediterraneo e la più meridionale della Mitteleuropea.
Per arrivarci, i treni s’inerpicano su viadotti ottocenteschi. “Eppure – prosegue Cazzullo – si è scelto di non costruire la linea ad alta velocità insieme con la terza corsia dell’autostrada; prima o poi bisognerà farla, ma a costi doppi”.Trieste, la dimenticata
Aldo Cazzullo, nel suo ultimo libro L’Italia s’è ridesta, si ferma anche a Trieste. La città di cui gli italiani non parlano mai. E anche la ferrovia sembra tagliarla fuori
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