Quel vento di libertà che non si può ignorare

IlGiornale ha scolpita sotto la testata la frase "dal 1974 contro il coro". E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura "liberale" anima l'opinione pubblica

Quel vento di libertà che non si può ignorare

Due giorni fa ci ha lasciato Livio Caputo, una delle firme storiche del Giornale da quando fu fondato da Montanelli. Livio ha diretto in queste settimane la testata dal letto di morte, dimostrando quell'attaccamento al mestiere proprio di un grande professionista, di quelli che non esistono più. Tutto ciò per dire che il mestiere del giornalista nella sua interpretazione migliore può essere intrapreso, svolto, coniugato con una sola parola: passione. È un mestiere che ti prende la vita e a cui dedichi una vita. Una vocazione, insomma, una missione.

Per cui è un paradosso che nell'epoca dell'Informazione, mentre l'intero pianeta si regge sulla circolazione delle notizie sul web, sulle tv, sugli smartphone, sistema essenziale per la salvaguardia della democrazia dove c'è (o per esigerla dove non c'è), motore indispensabile per lo sviluppo dell'economia, i giornali siano in crisi. Una triste realtà. Magari perché si tratta di strumenti obsoleti, ma non credo. Magari perché sono fatti male, forse. Magari ipotesi più probabile - perché non sono più capaci di ascoltare e comunicare con i lettori, obnubilati da vecchie e nuove ideologie, da un «politically correct» asfissiante che ha fatto il suo tempo, da troppi falsi totem.

La verità è che il giornalismo spesso si parla addosso. E a volte nella sua autoreferenzialità ignora la realtà. Eppure basterebbe rifarsi all'antico motto, che recitava: «La notizia prima di tutto». Invece, la notizia talvolta viene «mediata», «piegata» a fini di parte, o, peggio, «ignorata». È quello che avviene nei regimi conclamati, in quelli nascosti, e in quelli che hanno una natura tutta particolare, cioè quelli «mediatici» o, peggio ancora, mediatico-giudiziari, quelli che trasformano l'informazione in un coro che esulta sotto il patibolo o la ghigliottina di turno. Una parolaccia per qualsiasi liberale. Un insulto per Il Giornale che ha scolpita sotto la testata la frase «dal 1974 contro il coro».

E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura «liberale» anima l'opinione pubblica. Saranno state le chiusure del lockdown, la voglia di risorgere, di reagire, nell'economia e nella società, sta di fatto che nel vecchio continente spira un vento di libertà quando i cittadini sono chiamati a dire la loro: dalla Madrid di Isabel Diaz Ayuso alla Sassonia della Cdu. Anche il Belpaese ne ha un incontenibile bisogno. Il colore viene dopo. È una condizione dell'anima che incoraggia gli individui a rischiare, a mettersi in gioco come negli anni della Ricostruzione del secondo dopoguerra. La politica e i media non possono ignorare quel vento, pagherebbero il fio di essere a loro volta ignorati. Il che tradotto significa una burocrazia efficiente, un fisco non opprimente, una solidarietà che non si traduca in un assistenzialismo fine a se stesso. E ancora, libertà significa pure avere alleati che perseguano gli stessi principi e salvaguardino gli stessi diritti, a cominciare dalle democrazie occidentali. Ed anche interlocutori che rispettino gli stessi standard igienico-sanitari e non nascondano verità inconfessabili. Il Covid-19 è un monito per il futuro. Per cui è finita la stagione dei Marco Polo nostrani, che per qualche interesse più o meno nascosto, non portano l'Italia in Cina, ma semmai fanno il percorso opposto, importando la Cina in Italia.

Da ultimo la condizione pregiudiziale per risorgere: c'è bisogno di una giustizia giusta, che dia fiducia, che non terrorizzi ma che garantisca il cittadino. Che non sia uno strumento di parte, politico, per colpire l'avversario, come raccontano le ultime rivelazioni e testimoniano gli ultimi fatti, ma che salvaguardi i diritti di tutti. Un obiettivo da ottenere ad ogni costo, se non basta la via parlamentare, anche attraverso i referendum: perché no? È l'ottica in cui questo Giornale darà il suo contributo, innanzitutto verso le culture che gli sono più affini, di un centro che guarda verso la destra. Confrontandosi, però anche, all'insegna del pragmatismo e del dialogo, con chi ha opinioni diverse. Sempre nel rispetto, ma senza nutrire paure o timori.

P.s. Appunto, rispetto. A Marco Travaglio, che millanta una discendenza diretta da Montanelli e sprizza veleno da tutti i pori perché da mesi fa a botte con la notizia che Giuseppe Conte non è più a Palazzo Chigi, si attaglia un giudizio che il grande Indro dedicò ad un giornalista ben più degno di lui: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Ad una tale patacca del giornalismo nostrano (non ricordo scoop del personaggio a parte le «carte» di qualche Pm amico), che si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce «diffamazione», non dedicherò più una parola.