Il vescovo di Bergamo: "Accompagnamo da lontano i defunti"

Il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, ha invitato "gli operatori sanitari che hanno voglia di farlo a benedire chi sta soffrendo o è vicino alla morte"

"Ogni cristiano è chiamato a benedire e se è battezzato può farlo". Così il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, intervistato dall'Adnkronos, ha invitato"gli operatori sanitari che hanno voglia di farlo a benedire chi sta soffrendo o è vicino alla morte".

La provincia di Bergamo, con 2.864 casi positivi accertati, è la provincia più colpita, e il sindaco Giorgio Gori ha parlato di "una sepoltura ogni mezz'ora", mentre L'Eco di Bergamo oggi ha dedicato per dieci pagini ai necrologi. Come sappiamo, celebrare i funerali è vietato e molte persone perdono la vita in ospedale senza poter avere accanto i propri familiari. Una situazione che provoca una grande sofferenza perché, secondo il vescovo "non poter vivere il momento di distacco con i propri cari" è una dura prova per tutta la cittadinanza del bergamasco. "Noi, in questo momento, a fronte di numeri impressionanti, cerchiamo di manifestare come possiamo la vicinanza, accompagnando da lontano con la preghiera il momento della sepoltura di queste persone", ha detto Beschi. Ogni cristiano, ha ribadito, "è chiamato a benedire e un battezzato lo può fare: un figlio nei confronti del genitore malato o un nipote nei confronti del nonno". E ha aggiunto: "Anche chi non pensava da tempo alla fede può vedere in questo un elemento di speranza che accompagna la sua vita in un momento difficile".

In questo periodo di difficoltà le chiese restano aperte per la preghiera personale anche se vi è il divieto di celebrare la messa. "Ora che siamo tutti limitati nei movimenti uno potrebbe dire: a cosa serve? È invece un grande segno, una porta aperta su luogo di speranza, che dà conforto ai credenti, giovani e anziani", ha spiegato Beschi. Il prelato ha, poi, posto l'accento sul senso di solidarietà che pervade tra i bergamaschi. "In questo momento io sto già vedendo dei piccoli segni che meritano di essere riconosciuti e coltivati, sono piccoli segni perché l'agguato della malattia e del dolore c'è ancora", sottolinea Beschi secondo cui "da qualche anno noi ci eravamo un po' condannati alla solitudine". All'inizio "si guardava a quello che accadeva con una certa indifferenza" ma "poi, man mano che ci siamo dovuti chiudere nelle nostre case diventando ancora più distanti gli uni dagli altri, ci siamo ritrovati: proprio adesso, sta crescendo una condivisione sempre più grande. Siamo distanti, ma ognuno nelle forme più diverse cerca di ristabilire relazioni". Beschi, infine, ha ringraziato il Sud Italia: "Ho sentito amici vescovi del sud e anche da loro ci arriva solidarietà: la loro preoccupazione non è quella del contagio. La preoccupazione è rispetto alle strutture di cui dispongono, che non siano all'altezza di un propagarsi del morbo".

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