Quel viadotto Morandi di Agrigento chiuso da 1000 lunghi giorni

In Sicilia c'è un altro viadotto Morandi costruito negli stessi anni di quello crollato a Genova, il quale risulta chiuso dal marzo 2017. Da allora, non si è proceduto né ai lavori di messa in sicurezza e né alla demolizione e adesso c'è solo incuria ed erbacce

Quando il 14 agosto 2018 le televisioni hanno iniziato a trasmettere le immagini del crollo del ponte Morandi di Genova, non c’è agrigentino che non abbia avvertito un sussulto od un brivido lungo la schiena. Anche qui infatti, a due passi dal centro della cittadina siciliana, esiste un viadotto Morandi.

E quando è capitata la tragedia nel capoluogo ligure, l’opera era già chiusa da più di un anno: era il 16 marzo 2017 infatti, quando l’Anas ha deciso di porre le transenne ed evitare il passaggio di ogni mezzo.

Formalmente questo viadotto è diviso in due tronconi, denominati “Akragas I” ed “Akragas II” e ricadenti all’interno del tracciato della Ss 115 ter. Ma per tutti gli agrigentini è sempre stato il “ponte Morandi”, proprio perché progettato dallo stesso ingegnere padre del viadotto venuto giù sul Polcevera.

La storia dell’opera è molto controversa ed è strettamente connessa ad una delle stagioni più critiche del dopoguerra siciliano, quella del sacco edilizio. Un’epoca che ad Agrigento ha prodotto danni enormi, ben visibili anche dal viadotto: basta alzare di poco lo sguardo ed è possibile notare veri e propri “tolli” di cemento armato, che vanno a chiudere come in una stretta cinta il centro storico di origine medievale.

Tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60, di palazzi del genere ne sono stati costruiti parecchi soprattutto nella zona denominata “dell’Addolorata” ed in quella di Santa Croce. Il peso di questi enormi complessi di cemento ha prodotto una frana che, il 19 luglio del 1966, ha totalmente o parzialmente danneggiato almeno un terzo dell’agglomerato urbano agrigentino. In quella tragica mattinata d’estate, non ci sono state vittime soltanto per un puro caso: un netturbino, appena giunto a lavoro, ha notato delle evidenti spaccature sull’asfalto allertando l’intero quartiere. Le persone, messe in fuga, hanno trovato la salvezza dal movimento franoso che ha inghiottito molti di quei casermoni, alcuni ancora in costruzione.

Si è deciso quindi, poco dopo, di dare una nuova casa ai circa 8.000 sfollati ricavando nuove abitazioni in una zona più a valle, quella di Villaseta. Per collegare il centro con il nuovo quartiere, è stato fatto progettare da Morandi un nuovo ponte. E così, all’inizio degli anni ’70 il panorama di Agrigento ha visto la comparsa del viadotto: tante campate, una lingua d’asfalto lunga poco più di 1 km, quattro corsie e caratteristiche autostradali per collegare il centro città con la nuova zona di espansione edilizia.

Negli anni, il ponte Morandi agrigentino ha fatto parlare di sé per numerose critiche relative sia all'impatto ambientale che alla sicurezza. Molti gli incidenti nel corso dei decenni, così come diversi sono stati i suicidi da parte di persone che hanno sfruttato la bassezza dei guarda rail per compiere estremi gesti. Tanto è vero che il ponte è stato ribattezzato anche come “viadotto della morte”.

Negli ultimi 20 anni si è discusso parecchio circa il suo impatto estetico. questo perché alcuni suoi piloni poggiano su una vecchia necropoli di epoca greco – romana, così come la parte attualmente chiusa si nota distintamente sia dal centro storico che, in parte, anche dalla valle dei Templi. Ma il dibattito è diventato più importante quando sono iniziati ad emergere problemi alla sicurezza.

All’inizio del 2017, l’associazione culturale ambientalista MareAmico Agrigento ha diffuso un video effettuato con un drone in cui è repentinamente emersa una condizione piuttosto preoccupante della struttura: “Abbiamo mostrato ai cittadini – ha dichiarato Claudio Lombardo, presidente di MareAmico – Quello che era lo stato delle cose. C’erano ferri sporgenti dai piloni, infiltrazioni d’acqua, una condizione generale non certamente ottimale”.

Pochi giorni dopo il traffico lungo il viadotto si è fatto sempre meno intenso: molti agrigentini hanno iniziato a preferire vie più lunghe ma ritenute più sicure per raggiungere Villaseta e Porto Empedocle. L’allarme sullo stato di salute del Morandi si è rapidamente diffuso sui social, in molti gruppi Facebook le immagini dei piloni in malora del viadotto hanno suscitato ampio clamore. Tanto che l’Anas, ad un certo punto, ha deciso di chiudere l’arteria: era il 16 marzo, da allora le transenne non sono mai più state rimosse se non nel piccolo tratto ufficialmente chiamato “Akragas II”.

Il sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, ha sollecitato un intervento mentre la procura di Agrigento, guidata da Luigi Patronaggio, ha deciso di aprire un’inchiesta. Ma il silenzio è inesorabilmente calato sull’infrastruttura, con i cittadini oramai rassegnati, come spesso accade da queste parti, a tempi lunghi per il ripristino della normalità.

Un silenzio molto lungo, squarciato il 14 agosto 2018 dal boato procurato dal crollo del viadotto Morandi di Genova. L’eco di quel disastro, è arrivato in quella terribile vigilia di ferragosto anche all’ombra della valle dei Templi. Da allora, il dibattito su cosa fare del ponte agrigentino si è riaperto ed ha visto l’opinione pubblica dividersi. C’è chi vorrebbe sbarazzarsi una volta e per tutte di quella che, non a torto, viene considerata una bruttura di cemento armato. Ma c’è anche chi vorrebbe spingere affinché possano partire quanto prima i lavori di messa in sicurezza.

“Inizialmente – ha proseguito ancora Claudio Lombardo – Con l’associazione eravamo criticati perché abbiamo diffuso allarme e ci ritenevano responsabili dei disagi dovuti alla chiusura. Poi, dopo il crollo di Genova, siamo stati ringraziati. Da lì in poi, si è capito che sulla sicurezza non si può scherzare”. Con la sua associazione, Lombardo si è spesso schierato a favore della demolizione e della costruzione di arterie alternative. Una posizione in cui si è trovato in compagnia di alcuni storici dell’arte, tra cui Vittorio Sgarbi ed il compianto assessore Sebastiano Tusa.

L’Anas ha assicurato negli ultimi mesi che il ponte è possibile metterlo in sicurezza, ma servirebbero almeno 30 milioni di Euro. Ci sarebbe un progetto già in fase operativa, tuttavia l’unica traccia di cantiere è possibile trovarla in un’impalcatura fissata su un pilone della parte aperta del viadotto.

Il tratto chiuso non solo è rimasto tale, ma appare oggi in un vero e proprio stato di abbandono. Il 5 gennaio scorso, sono scattati i 1.000 giorni dallo sbarramento operato con transenne e dissuasori. Mille lunghi giorni in cui non si è fatto nulla, in cui soprattutto non si è deciso nulla: non si sa se l’opera debba essere o meno rifatta, se debba essere o meno demolita oppure se il progetto dell’Anas può essere mandato in cantiere in tempi brevi.

Mentre a Genova è già avviato il cantiere per il Morandi crollato nell’agosto 2018, qui erba alta ed asfalto divelto stanno segnando il tempo dell’incuria e delle mancate decisioni. Ed Agrigento è costretta ancora a convivere con un fantasma di cemento armato di cui non si sa cosa fare.

Commenti

Mborsa

Ven, 24/01/2020 - 11:20

Il governo vorrebbe fare subentrare ANAS ad ASPI! Questo esempio dimostra la incapacità di ANAS a gestire una rete autostradale.

HARIES

Ven, 24/01/2020 - 13:14

ANAS vuole 30 milioni di euro per metterlo in sicurezza? Con 30 milioni di euro si costruisce un nuovo ponte di zecca. E poi, in quelle condizioni, cosa vuoi riparare!!! Evidentemente abbiamo ingegneri 4.0 che di scienza ne capiscono poco, e sono tutti concentrati in ANAS e Autostrade. Magistratiiiii!!! Sveglia!!! Andate ad arrestarli tutti!!!

gianf54

Ven, 24/01/2020 - 13:14

ANAS pregusta un bell'introito sostanzioso per rabberciare quel che resta del viadotto Akragas. Non ci vorrebbe poi molto, invece, a distruggere questa vergogna, frutto del famigerato decreto Gui-Mancini, e realizzare una strada a fondovalle, molto più sicura e con meno impatto visivo. Con 30.000.000 di Euro, si potrebbe fare tranquillamente, invece che foraggiare ANAS che, almeno in Sicilia, è responsabile delle strutture viarie fatiscenti e pericolose....