Virus, stiamo impazzendo?

La difficile ripartenza dopo lockdown e crisi da coronavirus. Come uscirne?

Avete presente quando leggete i saggi o gli articoli di un autore e, anche impegnandovi, non riuscite a condividerne neanche un rigo? Ecco, a me è sempre successo con Bernard-Henri Lévy, lontano, anzi lontanissimo, dal mio modo di vedere e pensare le cose. Anche sforzandomi, non sono mai riuscito a sposare le sue tesi su ciò che, per esempio, è successo in questi anni in Libia e in Siria. Il suo attivismo da gauche caviar mi ha sempre infastidito, trovandolo più che altro egocentrismo. Recentemente, però, il filosofo francese ha scritto un libro - Il virus che ci rende folli (La nave di Teseo) - che presenta diversi spunti interessanti.

Primo tra tutti: come abbiamo vissuto e stiamo vivendo questa epidemia? E fino a quando saremo costretti a subirla? Bill Gates parla di due anni, ma è davvero così? Secondo gli storici, sono due i momenti che sanciscono il termine di una pandemia: "La fine sanitaria, quando crollano l'incidenza e la mortalità, e quella sociale, quando sparisce la paura dovuta alla malattia", si legge sul New York Times. A guardare i numeri italiani (oggi, 18 settembre, siamo all'incirca sui 2mila positivi) pare che, almeno per il momento, l'emergenza sanitaria che abbiamo vissuto a marzo e ad aprile sia un lontano ricordo. Emergenza finita, dunque? Non proprio. È rimasta infatti la paura, come ci ha spiegato Massimo Fini in una recente intervista: "È la società del benessere che ti porta a questo. La società del benessere, con tutta la sua ideologia (la ricerca della felicità, sancita nella Dichiarazione d'Indipendenza), non ammette la morte. Noi ragazzi del Dopoguerra non avevamo queste paure. E nemmeno gli adulti, che erano passati da esperienze così fondanti da non farsi impaurire da cose minori. Purtroppo oggi è diverso. E ciò non riguarda solo l'Italia, ma tutti i Paesi che hanno accettato il modello occidentale...". Si ha paura, si vive poco e male. In poche parole: si rifiuta il rischio, si mette da parte il coraggio e, infine, si conduce una vita triste. Lévy esprime un concetto molto simile: "Una vita nuda. Una vita esangue, quasi nulla, come dice Giorgio Agamben. Una vita terrorizzata da se stessa e rintanata nella sua tana kafkiana trasformata in colonia penale. Una vita che, purché le si garantisse un minimo di sopravvivenza, era pronta a cedere su tutto il resto (preghiera, rispetto per i morti, libertà, balconi e finestre affacciati sul cortile dove i nostri vicini, quando hanno finito di applaudire i sanitari, ci spiano)".

A proposito di balconi: sono una costante delle epidemie, come nota Lévy: "Non si possono rileggere senza un sussulto le pagine che Foucault dedica alla gestione delle epidemie di peste fino al XVIII secolo: non più, come per la lebbra o i pazzi, l'esilio su un'isola o in un ghetto ai margini, ma l'isolamento dell'intera città; gli arresti domiciliari per tutti; le guardie di quartiere a pattugliare e multare i recalcitranti; e, al calar della notte, tutti sul balcone - non certo per applaudire il personale ospedialero, ma per permettere alle autorità sanitarie di contare i morti, i moribondi e i vivi". La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, diceva Karl Marx. Ieri, si usciva sui balconi con le spalle piegate dal peso del dolore e dall'incubo del morbo. Oggi, invece, per fare un po' di casino quando sarebbe più dignitoso il silenzio che tutto riempie.

Le epidemie sono un fenomeno sociale che, come diceva il padre dell'anatomia patologica, Rudolf Virchow, "hanno alcuni aspetti medici". È dunque necessario ripartire dalla società, senza abbassare la guardia, come abbiamo imparato a dire in questi mesi, ma nemmeno vietandoci di vivere. In ballo non c'è solamente la nostra vita. C'è la nostra esistenza, che vale mille volte di più.

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