Vissani: 'Che cosa che mi fa arrabbiare? La cucina è morta. E Draghi...'

A tu per tu con lo chef Gianfranco Vissani, deluso per le chiusure: "Mi aspettavo un cambio di passo da parte del nuovo governo e invece è un fallimento totale"

Vissani: 'Che cosa che mi fa arrabbiare? La cucina è morta. E Draghi...'

È tra i primi chef a essere andato in televisione, quando la cucina non faceva ancora notizia e programmi come MasterChef non esistevano. Gianfranco Vissani è un cuoco italianissimo (“L’Italia è il paese più bello del mondo”) che non si è mai risparmiato per difendere la categoria e per sostenere soprattutto i ristoranti di provincia come il suo: “Casa Vissani”, una stella Michelin, mille metri quadrati sulla strada statale 448 tra Todi e Orvieto, comune di Baschi località Cannitello in Umbria. Oggi il suo ristorante è chiuso come d’altronde quelli di tutta Italia, Sardegna esclusa, e a ilGiornale.it racconta le non poche difficoltà del momento: “Siamo l’ultima ruota del carro”.

Nuove restrizioni, nuove chiusure… se le aspettava?

“No, pensavo che il nuovo governo mostrasse subito un cambio di passo, qualcosa di più incisivo e invece non è stato così. Se siamo costretti di nuovo a chiudere, vuol dire che la gestione della pandemia è stata un fallimento totale. Questa è la verità.”.

Quindi da Draghi si aspettava qualcosa di più?

“Beh, certo. Il suo talento non si discute, soprattutto a livello bancario. Ecco, mi aspettavo che si comportasse come ha fatto quando era governatore della Bce, dando liquidità alle banche”.

È a palazzo Chigi però solo da poco più di un mese. Non è presto per giudicare?

“Sì, vedremo. Intanto noi ristoratori siamo al collasso. È difficile per tutti, figuriamoci per chi ha locali in piccole realtà di provincia. Ci sono le utenze da pagare, gli affitti… insomma le spese corrono, ma le entrate stanno a zero”.

Ma i contagi aumentano. Si poteva evitare la chiusura dei ristoranti, secondo lei?

“Certo. Con tutte le regole che ci hanno imposto… pensi che nel mio ristorante già prima della pandemia i tavoli erano super distaccati, figuriamoci adesso. Ma c’è una cosa che più di tutte mi fa arrabbiare…”.

Che cosa?

“Sento i miei amici in giro per il mondo e tutti hanno ricevuto migliaia di euro di indennizzi: a Los Angeles, in Spagna, in Germania... A noi invece solo le briciole. Come se lo spiega?”.

Lei come se lo spiega?

“L’Italia è fatta da tantissimi dipendenti pubblici che hanno lo stipendio garantito e non hanno problemi. Evidentemente i nostri politici pensano a loro. E poi, diciamo la verità, chi ci governa non ha mai gestito un’attività, non conosce le realtà di provincia, le imprese a conduzione familiare e pensa che il mondo si fermi a Roma o Milano”.

Come se ne esce da questa situazione?

“Con un nuovo piano Marshall. Altrimenti qui tra pochi mesi ci saranno migliaia di persone a spasso, disoccupate che non sapranno neanche più cosa mangiare”.

Ecco, però i ristoranti possono restare aperti per le consegne a domicilio…

“Sta scherzando? Il delivery è la morte della cucina. La ristorazione è un’altra cosa… è il piacere di stare seduto su una bella tavola apparecchiata, è amore per la terra. Chi sta a casa non dovrebbe aver bisogno dell'app che ti porta il cibo a domicilio, ma ormai molti italiani non sanno neanche più cucinare”.

Si è persa quella passione per la cucina?

“Sì, assolutamente. La tecnologia sta rovinando il nostro modo di vivere e anche il cibo. Massimo D’Alema dice sempre che ‘la terra è una, non c’è un ricambio’. Ha ragione lui. Ormai siamo abituati a chiedere tutto ad Alexia, ma dobbiamo tornare a vivere in un mondo reale”.

Per farlo però servono i vaccini…

“La gestione europea dei vaccini è vergognosa. Si è puntato su AstraZeneca ma non su Sputnik solo per una questione ideologica”.

Lei si vaccinerà?

“Penso di sì, anche se dopo tutte le notizie che si sentono voglio vederci chiaro”.

Ha visto che si inizierà a vaccinare anche nelle aziende? Farlo anche nei ristoranti potrebbe aiutare a velocizzare la campagna?

“Sì, potrebbe essere un’idea. Noi siamo a disposizione, ma prima vogliamo essere considerati e vogliamo ricevere gli stessi aiuti economici degli altri nostri colleghi sparsi in giro per il mondo”.

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