Zingaretti copia lo schema D'Alema

Il segretario del Pd, sta reiterando la stessa strategia messa in campo il secolo scorso da Massimo D'Alema, quando mise in piedi il suo governo, quello che fece le scarpe a Romano Prodi.

C'era un vecchio film, del millennio scorso, dal titolo «Chiamami aquila», interpretato da un comico del cinema demenziale americano, l'indimenticabile John Belushi. Magari fra qualche tempo si potrà usare quell'espressione, in un'accezione ironica che potrebbe sconfinare nel sarcasmo, per Nicola Zingaretti, se davvero metterà in piedi un governo con i responsabili. Il segretario del Pd, sta reiterando, infatti, la stessa strategia messa in campo il secolo scorso da Massimo D'Alema, quando mise in piedi il suo governo, quello che fece le scarpe a Romano Prodi. Stessa operazione dopo più di venti anni e stessi protagonisti visto che sono ricomparsi sulla scena, un po' invecchiati, D'Alema, nel ruolo di consigliori del Premier, e Clemente Mastella, nei panni dell'organizzatore, oggi come allora, dei responsabili, pardon dei costruttori: un governo che punta al Potere, allora con le privatizzazioni (Telecom), oggi con i soldi del Recovery Fund. «Noi già dice ora Mastella siamo responsabili, ma non fessi. Il figliol prodigo torna a casa, ma molti di noi sono a dieta». E che dietro a tutto questo ci sia la filosofia di baffino non lo nega nessuno. Andrea Romano, che per anni è stato dentro la fondazione dalemiana Italiani Europei e ora è deputato del Pd, è tornato, infatti, a chiamarlo «piccolo Padre», lo stesso soprannome che Joseph Stalin aveva ereditato dallo Zar nell'iconografia comunista.

A parte gli scherzi quella parte del gruppo dirigente di oggi del Pd, il vertice - da Goffredo Bettini ad Orlando - formatosi alla scuola del Pci, pardon, della federazione giovanile comunista (terze file della Fgci), lo schema dalemiano lo conosce a menadito: una vecchia ricetta come la pasta che fai con uova e la farina, qui si crea dal nulla un pezzo di centro prendendo quattro gatti senza casa in Parlamento che trasformi in un partito sotto l'egida del premier del momento. Lo hanno fatto quasi trent'anni fa con Lamberto Dini; poi con Mastella che doveva coadiuvare, appunto, D'Alema; eppoi addirittura con Monti, frutto del laboratorio di Pierlugi Bersani, che , infatti ora dice: «Un governo Conte-Mastella? Perché no!». Anzi, dalle parti di Leu, il partito a cui è inscritto Baffino, si sogna per le elezioni, quando saranno, un'accoppiata Conte-Speranza, la coppia che sconfisse il virus: se poi si contano i morti e si scopre che siamo ai primi posti al mondo in rapporto alla popolazione, poco importa. A dare un'altra interpretazione dei numeri ci penserà il mago della comunicazione di Palazzo Chigi, Roccobello Casalino, per il quale la matematica è stata sempre un'opinione.

L'importante è mettere in campo un impegno diretto di Giuseppe Conte con un partito. E il premier che per mesi per negare simile eventualità c'è mancato poco che giurasse sulla mamma, già sta lavorando al progetto: si è avvalso, visto che il nuovo soggetto deve essere inequivocabilmente di centro, non avendo fantasia, di tutte le vecchie file democristiane, contattate da tempo per riscuotere adesioni entusiastiche e rifiuti scandalizzati. E comunque lui un partito lo deve proprio fare, perché i responsabili del 2020 che dovrebbero salvarlo in Parlamento, non si impegneranno se l'attuale premier non gli assicurerà futuro. «Conte ha spiegato Bruno Tabacci, altro ex-dc impegnato nella partita deve dire in Aula che si impegnerà nel prossimo confronto elettorale anticipato, o quando sarà. Le persone interessate vogliono sapere dove li porterà». Più chiaro di così!

Il problema riguarda, però, l'efficacia di una simile operazione. Al di là delle solite fanfare che nel regime mediatico accompagnano sempre un premier (gli assegnano il 12% la stessa percentuale che pronosticavano per Monti che, invece, arrivò all'8%), la maga Alessandra Ghisleri ad ottobre non lo valutava più del 4%: da allora il gradimento di Conte è sceso, non è salito. Mentre sono ancor più raccapriccianti per il Zinga i dati di Antonio Noto: anche con Conte la coalizione di centro-destra sarebbe oltre il 50%, ma con la presenza di un partito del premier la percentuale del Pd scenderebbe al 13%. Del resto la filosofia di D'Alema non portò bene neppure ai ds venticinque anni fa: le amministrative furono una vera debacle e lui si dimise. Per cui questo remake non nasce sotto i migliori auspici. «Zingaretti è il commento laconico di un vecchio esponente che ha partecipato a tutte le trasformazioni del Pci fino ai Ds non è proprio un'Aquila». E Matteo Renzi mette un dito nella piaga facendo un paragone con l'esperienza D'Alema-Mastella di ventidue anni fa. «Almeno allora rimarca l'operazione portò il segretario dei Ds a Palazzo Chigi. Oggi, invece, Zingaretti fa tutto questo casino per mantenere a Palazzo Chigi, Conte e Casalino. Un capolavoro!».

Proprio queste prospettive stanno mettendo in subbuglio gli stessi gruppi parlamentari del Pd. Ieri due deputati nell'assemblea del gruppo hanno annunciato che non voteranno la fiducia. E Zingaretti ha cominciato a rivedere timidamente i suoi propri piani. «Nessuno qui ha spiegato può fare la politica delle vendette e non possiamo farla con Iv». «Dobbiamo - ha consigliato Fassino riprendere i rapporti con Renzi». Anche perché, almeno per ora, il borsino dei voti al Senato non è entusiasmante. Il Pd pensa di avere dai 153 ai 155 voti, Renzi quota i voti del governo ancora meno: 150-151. In più c'è incognita non indifferente di sei senatori che sta arruolando la Lega. Spiega il presidente dei deputati di Leu alla Camera, Federico Fornaro: «Quando si fa un'Opa su una società in borsa bisogna mettere in conto una contro-Opa e Salvini la sta facendo bene in Parlamento».

Così c'è il rischio che tutto questo can can alla fine produca solo un governo di minoranza che si baserebbe sull'astensione dei renziani. Una situazione imbarazzante per Conte, il Pd e il Quirinale. Gli avvocati del Colle fanno filtrare che un governo in carica non ha bisogno di avere la maggioranza assoluta (opinione singolare), un po' come avevano teorizzato l'assenza di un obbligo di rimettere il mandato da parte del Premier dopo le dimissioni delle ministre renziane perché all'epoca erano entrate nel governo come esponenti del Pd e c'era il precedente del governo Andreotti di 40 anni fa che sostituì i ministri della dc senza una crisi. Altra interpretazione particolare perché nega a Italia Viva l'identità di partito. Eppoi il Quirinale aveva chiesto un governo con una solida base parlamentare per affrontare la pandemia e l'emergenza economica. Così l'operazione Zingaretti rischia di mettere in imbarazzo anche Mattarella, perchè tira oggi, tira domani anche il Colle rischia di spezzare la corda nel rapporto con le opposizioni. Anche se magari Mattarella all'idea del governo Conte-Mastella è legato da un rapporto sentimentale: l'attuale capo dello Stato, infatti, fu il vicepresidente del governo D'Alema-Mastella e, si sa, i vecchi amori non si scordano mai.

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