Da Cuba a Videocracy: è laguna rossa

La Mostra è la continuazione della politica con altri mezzi. Per convincersene, basta guardare i temi dei film: Il grande sogno di Michele Placido racconta la redenzione di Placido da questurino filofascista ad attore filocomunista; Le ombre rosse di Francesco Maselli pare la biografia degli amici, mai abbastanza comunisti, di Maselli; Videocracy di Erik Gandini è un documentario contro il potere berlusconiano; L'oro di Cuba di Giuliano Montaldo è un documentario castrista su mezzo secolo di castrismo; Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli evoca una famiglia italiana tifosa dei cosmonauti sovietici; Giuseppe De Santis di Carlo Lizzani è il documentario sul notevole regista comunista firmato da un suo notevole compagno di fede.
Se questo è il quadro (parziale) dei titoli italiani, altrove la prevalenza politica è analoga. Ci sono fra gli americani The Men Who Stare at Goats di Grant Heslov, con George Clooney, sull'addestramento al combattimento parapsicologico nelle guerre neocoloniali; Capitalism: A Love Story di Michael Moore, documentario sui recenti nefasti economici; The Informant di Steven Soderbergh, sull'infiltrazione di un agente da parte dell'Fbi; South of the Border di Oliver Stone, documentario sul venezuelano Hugo Chavez, presumibilmente schierato dalla sua parte. C'è poi l'israeliano Lebanon di Samuel Maoz, sulla guerra del 1982.
Tutto di sinistra alla Mostra, dunque? A essere sbrigativi, sì. Ma a essere attenti, i film di destra chi li ha fatti perché alla Mostra potessero esserci? Nella sua nota duttilità, potrebbe realizzarli lo stesso direttore della Mostra, quando fa il produttore. Ma poi a Marco Müller rimprovererebbero, a ragione, l'interesse privato negli atti d'ufficio.
Dall'altra parte ideologica, comunque, di relativamente recente si segnala solo - come «evento speciale» dopodomani (con parallela trasmissione su Sky-Tv) - un film già passato al Festival di Berlino del 2007 avendo minima eco nelle sale e sulla stampa in Italia: Katyn di Andrzej Wajda.
Ma scaviamo meglio. La più interessante rassegna parallela al concorso, «Questi fantasmi 2», ha aperto ieri la Mostra, almeno per gli addetti ai lavori, con La grande guerra di Mario Monicelli, presentato nella copia restaurata dalla Cineteca nazionale. Si noti; la si era già vista per la Giornata delle Forze Armate, a Roma, nella rassegna «Invictis victi victuri» voluta dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Dunque questo film di sinistra è apprezzato oggi a destra? Primo cenno di memoria condivisa, direbbe Ernesto Galli Della Loggia... Più semplicemente, dico io, rispetto per le discutibili interpretazioni altrui. Per chi non lo ricordasse, La grande guerra infatti vinse - ex aequo col Generale della Rovere di Roberto Rossellini e Indro Montanelli - la Mostra del 1959, ma allora venne giudicato dalle Forze Armate disfattista e inidoneo per celebrare il quarantennale della Vittoria del 1918.
I tempi dunque cambiano, in Italia come alla Mostra. Ma almeno, alla Mostra, domina ancora la politica delle idee invece che quella del buco della serratura. Comunque anche al Lido - anche il cinefilo è debole nella carne - c'è chi attende lunedì per la fellatio di cinque minuti praticata a Richard Gere (che al Lido non verrà) in Brooklyn's Finest di Antoine Fuqua (fuori concorso).
Ma è l'eccezione erotica che conferma la regola politica. Oggi Baarìa di Giuseppe Tornatore (in concorso) evoca sì una vicenda siciliana, ma soprattutto una vicenda ispirata alla famiglia comunista del regista. Si noterà però che il film è della Medusa, la quale è di Silvio Berlusconi.
Non ci si può fidare di nessuno? Gli anticomunisti duri e puri possono magari rifugiarsi nella retrospettiva, dove oggi arde La fiamma che non si spegne di Vittorio Cottafavi, sul sacrificio del carabiniere Salvo D'Acquisto. È l'opera che parte della critica tentò di far radiare dalla Mostra del 1948, considerandola patriottica. I difensori dei migranti sempre e comunque possono invece trovare buonismo ante litteram, ma di qualità, in Donne senza nome dell'ungherese Geza Radvany. Le donne senza nome - interpretate da Valentina Cortese, Simone Simon, Françoise Rosay, Vivi Gioi e Irasema Dilian - sono le apolidi di tutta Europa e di ogni estrazione, chiuse ad Alberobello in quello che nel 1950 era un campo di concentramento e oggi è un «centro di prima accoglienza».