Firenze è una città che non finisce mai di raccontarsi. Oltre ai musei, ai palazzi e alle grandi narrazioni rinascimentali, esiste una geografia minuta, fatta di dettagli che spesso sfuggono allo sguardo distratto. Piccole tracce incastonate nei muri, che trasformano una passeggiata in centro in una caccia al tesoro urbana. Tra queste, le buchette del vino sono forse il segno più discreto e, allo stesso tempo, più raccontabile di un’abitudine che da locale è diventata globale.
Si tratta di piccole aperture ad arco, ricavate nei muri dei palazzi storici, dimensionate per permettere il passaggio verticale di un fiasco. La loro origine risale al Rinascimento, quando le grandi famiglie fiorentine investirono in proprietà agricole nel contado e iniziarono a vendere direttamente il vino prodotto nelle loro tenute. Attraverso queste finestrelle, affacciate sulla strada, il popolo consegnava il recipiente che veniva riempito dall’interno del palazzo. Un sistema di vendita diretto, essenziale, che ebbe ulteriore impulso nella seconda metà del Cinquecento grazie all’esenzione fiscale concessa dal Granduca: meno tasse, prezzi più accessibili, vino migliore.
Quello che era nato come espediente pratico si è trasformato nel tempo in un tratto identitario. Le buchette sono numerose e oggi finalmente mappate. A occuparsene è l’Associazione Buchette del Vino, che ne cura il censimento e appone, sulle aperture autentiche, una targhetta in ottone autorizzata dalla Soprintendenza. Nel solo Comune di Firenze ne sono state censite 184, a cui si aggiungono altre 114 distribuite in 40 Comuni della Toscana, a conferma di una pratica che dal capoluogo si è estesa a tutto l’antico Granducato.
Camminando tra le vie del centro storico o nel quartiere di Santo Spirito, le buchette compaiono improvvise: alcune ben visibili, altre mimetizzate nella pietra. Ci sono quelle in pietra con sportelli di legno, quelle interamente lignee che sembrano porticine medievali in miniatura, altre ancora in ferro battuto, sobrie o colorate, tutte diverse, tutte funzionali. Alcune sono murate, altre sopravvivono come puro elemento architettonico. Altre, invece, sono tornate a vivere.
Negli ultimi anni, diversi locali fiorentini hanno riattivato le buchette, reinterpretandone l’uso senza snaturarne lo spirito. Babae è stato il primo, nel 2019, a rimetterne in funzione una, utilizzata per colazioni e aperitivi. L’Osteria Belle Donne propone vini e piatti della tradizione, mentre Il Latini utilizza una finestra attiva accanto all’ingresso. Ci sono poi cantine che servono vini al calice, botteghe gastronomiche che offrono assaggi e chi ha scelto deviazioni più contemporanee: S-Malto Firenze per la birra artigianale, la storica gelateria Vivoli che talvolta affida alla buchetta i suoi gelati.
Le buchette del vino restano così quello che sono sempre state: un
contatto rapido, un gesto semplice, un modo diretto di condividere un prodotto e una storia. Un invito a rallentare il passo e a guardare i muri di Firenze non solo come sfondo, ma come pagine ancora capaci di raccontare.