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Damagi, il Cabernet Sauvignon alla piemontese

Un vino “eretico” inventato da Angelo Gaja negli anni Settanta nella terra del Nebbiolo e che ha da sempre avuto un tocco più locale che internazionale, anche se resta una forzatura consapevole della tradizione. Il nome? Vuol dire “che peccato”, dall’esclamazione del papà Giovanni Gaja quando vide quel terreno sottratto al Barbaresco

Damagi, il Cabernet Sauvignon alla piemontese
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Per anni, a Barbaresco, Cabernet Sauvignon è stata una parola (anzi due) fuori posto. Non tanto perché estranee al vocabolario locale, quanto perché sembravano essere pronunciate nel luogo sbagliato. Il Nebbiolo, da quelle parti, non era solo un vitigno: era un dato di fatto. Negli anni Settanta, però, Angelo Gaja comincia a maturare un’idea che ha il sapore dell’eresia e l’odore dell’estero. Viaggiava spesso tra Inghilterra e Stati Uniti e tornava con una sensazione ricorrente: entusiasmo in valigia, malinconia al rientro. Il suo Barbaresco parlava una lingua che fuori dalle Langhe pochi capivano davvero.

Il problema non era la qualità, ma il codice. Il Nebbiolo, racconta Gaja, appariva ai più come un “marziano”: troppo chiaro, troppo tannico, troppo distante dai riferimenti dominanti dell’epoca, soprattutto Bordeaux. Così nasce l’idea, semplice e assurda allo stesso tempo: produrre un Cabernet a Barbaresco. Non un esperimento enologico, ma un tentativo di dialogo. Parlare una lingua conosciuta per raccontare un territorio sconosciuto.

Il primo ostacolo non fu il mercato, ma la famiglia. Giovanni Gaja, padre di Angelo, sindaco del paese e convinto che il Barbaresco fosse il miglior vino del mondo, non vedeva alcuna ragione per piantare altro. Alla fine acconsentì, più per rassegnazione che per convinzione, imponendo una condizione: farlo lontano dagli occhi. Quell’angolo remoto, ironia della sorte, si rivelò il cuore del paese. Le analisi dei terreni, inviate all’Università di Bordeaux, indicarono come ideale per il Cabernet proprio il Bricco, la collina centrale di Barbaresco, dove sorgeva la casa di famiglia.

Nel febbraio del 1978, approfittando dell’assenza del padre, iniziň l’impianto del vigneto: 1,98 ettari, esposizione a sud, forte pendenza, barbatelle arrivate da Bordeaux e innestate su portainnesti adatti ai terreni calcarei. A piantarle fu Gino Cavallo, storico direttore dei vigneti, uomo di Nebbiolo e poche illusioni. Quando Giovanni Gaja tornò e vide il vigneto, la sua reazione fu immediata e destinata a diventare un nome: “Darmagi”, in piemontese “che peccato”.

Quel termine, nato come rimprovero, finì sull’etichetta della prima annata, la 1982, Vino da Tavola. Un nome dialettale, una categoria bassa, un Cabernet in terra di Nebbiolo: difficile fare di più per complicarsi la vita. Eppure, proprio quella deviazione divenne una chiave d’accesso. Darmagi iniziò ad attirare curiosità, a rompere diffidenze, a funzionare da ariete per il Barbaresco, aprendo conversazioni che altrimenti non sarebbero mai iniziate.

Non è mai stato un Cabernet “internazionale”. Al contrario, si è adattato al luogo fino ad assorbirne il carattere: tannini tesi, corpo snello, freschezza più da Nebbiolo che da Bordeaux, profumi di frutto rosso, viola, liquirizia, erbe aromatiche. Le rese basse e l’approccio misurato in cantina hanno fatto il resto. Col tempo, Darmagi è diventato meno un’eccezione e più una dichiarazione: non una negazione della tradizione, ma una sua forzatura consapevole.

A quarant’anni dal primo impianto, quel vigneto resta lì dove non avrebbe mai dovuto essere.

Al centro del paese, sulla collina più esposta, a ricordare che anche nei territori più codificati, ogni tanto, qualcuno decide di parlare con un accento diverso. Non sempre per provocare. A volte, semplicemente, per farsi capire.

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