La cultura dello sviluppo? A Confindustria non piace

L’appello del giornale degli industriali per rifondare conoscenza e tutela del patrimonio è quasi in antitesi col principio della libera impresa

La cultura dello sviluppo?  A Confindustria non piace

Oggi il Sole 24 Ore presenta ufficialmente il suo manifesto Per una costituente della cultura: cinque punti attraverso i quali viene esposto un percorso di riforma del mondo della cultura, aperto a discussioni e proposte.
Il documento, così come è apparso qualche giorno fa sulla prima pagina della Domenica, si apre ingenerando un po’ di confusione nel lettore. Si scrive infatti che lo sviluppo di cultura e ricerca scientifica, la tutela di paesaggio e patrimonio artistico sono realtà tra loro legate: «perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico». Poco sotto però il documento cambia opinione, specificando che con il termine «sviluppo» non si intende «una nozione meramente economicistica». Il manifesto ci dice poi che sviluppo e Pil non vanno a braccetto e che dobbiamo «ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo». Stupisce che tali affermazioni giungano dal quotidiano degli industriali. Il Pil sarà uno strumento impreciso, ma rimane pur sempre il più affidabile per misurare il benessere di una Nazione. E se un paese non cresce, non ci saranno nemmeno più risorse per la cultura. Il Pil ha poi il grande pregio di essere oggettivamente misurabile. In questo modo rappresenta uno strumento di controllo su chi governa, a differenza di altri indicatori più sfuggenti e facilmente manipolabili.
È inoltre azzardato, come invece fa il manifesto, evidenziare la «crisi dei mercati» o la «dura lezione» impartita dalla «speculazione finanziaria», senza dire che oggi ad essere in crisi sono le finanze pubbliche degli Stati stessi, sull’orlo della bancarotta. Ma affermare quest’ultima ovvietà non avrebbe permesso al documento di avanzare l’unica proposta di indirizzo presente nel testo: chiamare lo Stato ad elaborare una «strategia di lungo periodo», un’azione congiunta tra i ministeri a sostegno della cultura e un’opera pubblica pedagogica nelle scuole «a tutti i livelli educativi».
Nel documento lo Stato riveste ancora una funzione centrale, senza che vengano prospettate credibili soluzioni alternative. A riprova di ciò, nell’ultimo punto del manifesto che affronta il tema del coinvolgimento dei privati, a parte il solito accenno agli sgravi fiscali (giustissimi, ma non sono un elemento di novità), si sceglie un approccio che privilegia l’intervento pubblico. Si afferma infatti che più alto è l’intervento dello Stato, più i privati partecipano alla gestione della cosa pubblica. In realtà, vari studi sostengono anche la tesi opposta: che il denaro pubblico allontana quello privato. In un paese come il nostro, poi, in cui la politica entra con prepotenza nella vita delle istituzioni culturali, spesso i privati preferiscono dirottare i propri soldi verso le istituzioni più politicizzate, che consentono una maggiore visibilità e una maggiore contiguità con i centri di potere. Un esempio è rappresentato dalle fondazioni lirico-sinfoniche, dove, non a caso, il presidente è anche il sindaco della città in cui risiede la fondazione.
Finanziare con denaro pubblico alcune istituzioni culturali significa inoltre creare delle «disparità di trattamento»: chi riceve tale «aiuto» avrà vita più facile nel contrastare la concorrenza di altre istituzioni culturali che non hanno avuto la stessa «fortuna». In questo modo, auspicando un ruolo «forte» per lo Stato, si comprimono gli spazi per i soggetti privati e si lascia irrisolto il problema principale: come scardinare la rigidità che governa il settore della cultura? Come dare nuove opportunità all’imprenditorialità, alla creatività e all’emersione di nuovi attori privati? Il contesto in cui si genera e si «consuma» cultura sta alla base della vivacità o della staticità di tale settore. Pertanto la cornice normativa e istituzionale riveste il primo e più complesso dei problemi. Se, come abbiamo detto, ricchezza e prosperità portano benefici anche al mondo della cultura, la stessa cultura può partecipare allo sviluppo economico di un paese. Fino ad oggi abbiamo dato troppa importanza alle esigenze di tutela e conservazione, alla cristallizzazione del patrimonio, sacrificando con questa scelta il dinamismo e l’insorgenza di fenomeni virtuosi e innovativi. Si pensi agli ostacoli frapposti alla libertà economica, che rappresentano un freno per la crescita delle nostre industrie culturali e creative. Solo attraverso un ambiente più libero e meno ostacolato da politiche dirigiste è possibile cominciare ad avvicinarsi alla meta.

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