Io, veneto, vi spiego perché Napoleone fu una sciagura

Il Trattato di Campoformio è una delle pagine più dolorose per la storia del Veneto. Ecco perché nei giorni del 200° anniversario della scomparsa di Napoleone è straziante celebrare l'uom fatale

Io, veneto, vi spiego perché Napoleone fu una sciagura

"Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia". Un attacco bruciante, pieno di rabbia e dolore. Un addio alla patria amata che Ugo Foscolo mette nella penna di un affranto Jacopo Ortis. Le ultime lettere, omaggio (ma oggi qualcuno lo chiamerebbe plagio) ai dolori del Giovane Werther di Goethe, prendono spunto da una delle pagine più dolorose per la storia del Veneto datata 17 ottobre 1797. Una pagina sancita dal Trattato di Campoformio, la pace firmata dal Generale Bonaparte con il conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl, che confermò le abilità militri dell'ufficiale transalpino rispetto alla prima lega anti francese ma che soprattutto sancì la fine della Repubblica di Venezia, con il trasferimento dei territori del triveneto sotto il controllo dell'Arciducato d'Austria.

La storia dimenticata di Venezia

Nei giorni del duecentesimo anniversario della scomparsa di Napoleone per ogni veneto celebrare l'uom fatale rappresenta qualcosa di doloroso, o almeno dovrebbe. Nessuno, con un minimo di preparazione storica, oserebbe mai mettere in dubbio la statura dell'imperatore francese. Ma quel generale inflisse la ferita mortale a un regno millenario e a un popolo che nei secoli aveva dimostrato la capacità di autogovernarsi e soprattutto di prosperare. Venezia, che nel corso dei primi anni riuscì a sottomettere le fiere "città-stato" della Pianura Padana, era stata capace di diventare protagonista nel Mediterraneo.

La storia della Repubblica e dei 120 Dogi che la guidarono è una storia di uomini forti e soprattutto pratici. Lo stesso cuore pulsante dello Stato, Venezia, era la storia di una città strappata al mare, ma anche di un fiume, il Po', deviato per evitare di insabbiare il gioiello della laguna. Un popolo del genere non può che aver vissuto in modo traumatico il passaggio dall'indipendenza a un nuovo padrone, per giunta di lingua e cultura tedesca. Certo, quella Repubblica viveva anni di decadenza, l'avanzata francese e i tentativi di resistenza furono vani. Ma ancor più doloroso fu il rapido colpo di spugna su ciò che rappresentava quell'esperienza. Per secoli Venezia aveva giocato con abilità su due binari. In primo lugoo era stata il ponte dell'Europa con l'Oriente come insegna l'epopea di Marco Polo, consolidato da anni di commerci e viaggi verso il grande Impero di Mezzo e banalmente confermato dalla stessa proiezione della città rivolta verso Est.

Il baluardo contro l'Islam

Allo stesso tempo per decenni era stata baluardo e argine contro l'avanzata dell'Impero Ottomano. Colpita e gravemente ferita dalla caduta di Costantinopoli nel maggio del 1453, la Repubblica aveva stretto a sé i propri territori, e aveva retto l'urto, soprattutto economico e politico. Non solo. Un secolo dopo avrebbe frenato le mire della marina ottomana comandata da Alì Pascià con la vittoria nella Battaglia di Lepanto dove proprio la flotta della Repubblica rappresentava la spina dorsale della Lega Santa con oltre 100 tra galee e galeazze.

La discesa del giovane Napoleone in Italia al tramonto del '700 cancellò parte di quella tradizione, di fatto togliendo l'autodeterminazione al popolo veneto. A pensarci bene il contrario di quello che la Rivoluzione Francese aveva rappresentato. Qui però non si sta tentando una banale operazione di cancel culture, nessuno qui nasconde grandezze e innovazioni dell'imperatore nato in Corsica, al contrario. Ci sono uomini e donne che nel tempo subiscono la storia e altri che la plasmano e sicuramente Bonaparte era uno di quest'ulimi. Non a caso ancora oggi sopravvivono disposizioni introdotte nel periodo napoleonico. Ma da veneto, nato in quel tratto di Pianura padana tra i Colli Berici ed Euganei (rifugio solitario dell'affranto Ortis dopo la morte della Repubblica) in questi giorni non ho fatto a meno di pensare a quanto manchi l'altra metà della storia.

Il ritorno del venetismo

Riscoprire la figura storica di Napoleone è doveroso e importante per capire come quel generale sia stato in grado di segnare i secoli a venire. Ma deve anche essere un'occasione per riscoprire altre tradizioni. Perché il pericolo della cancel culture o meglio della rilettura della storia con occhi moderni senza ricordare i contesti in cui le scelte maturavano, è proprio quello di appiattire tutto, rendendo, ad esempio Napoleone, una figura bidimensionale.

In realtà conservare "l'orma di piè mortale" nella sua interezza è l'occasione per recuperare il resto della storia. È il caso ad esempio dei personaggi sconosciuti, tacciati di essere "briganti", che insorsero proprio contro Napoleone nell'estate del 1809 e che in molti centri del Veneto protestarono contro l'occupazione francese. L'elenco però potrebbe essere lunghissimo. Come i moti del '48, con Venezia che fu l'ultima città europea a tornare sotto il controllo delle autorità occupanti. Molti storici veneti, soprattutto negli ultimi anni, hanno avviato un processo di ricerca storica che riporta alla luce quegli anni turbolenti. Luigi Luzzatti, veneto e presidente del Consiglio per un breve periodo tra il 1910 e 1911, nel 1919 prese carta e penna e scrisse all’allora inquilino di Palazzo Chigi Vittorio Emanuele Orlando invitandolo a rimanere vigile. Erano i giorni in cui a Dublino si insediava il parlamento autoproclamato contro l’occupazione Britannica e Luzzatti intravedeva per l'Italia il rischio di un’Irlanda veneta.

Gli ultimi decenni di globalizzazione incontrollata sia sul piano economico che socio-culturale hanno alimentato quella voglia di autonomia e auto governo che sopiva sotto la polvere del benessere. E per il popolo veneto, ricco anche nella sue contraddizioni ha significato soprattutto la ricerca di un maggiore spazio di manovra in cui mettere a frutto una laboriosità forse unica, all'insegna di una rivalsa della "Terza Italia”. Questioni che la pandemia ha solo rimandato ma che torneranno al centro del dibattito e delle rivendicazioni, spinte soprattutto da quella storia “dimenticata” che affonda le radici nel “sacrificio della patria nostra”.

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