La battaglia che spense il grande sogno di Roma

Nel saggio "9 agosto 378. Il giorno dei barbari" Alessandro Barbero racconta l'importanza storica della battaglia di Adrianopoli. Una disfatta che segnò l'inizio della fine per l'impero romano

Adrianopoli, il "giorno dei barbari" che segnò il tramonto di Roma

Ogni battaglia è una corsa contro il destino per chi vi partecipa, ma esistono battaglie che assumono una portata storica fondamentale e spiccano a secoli di distanza. Battaglie che hanno sancito dei veri e propri spartiacque storici, come quelle di Zama, l’assedio di Costantinopoli ad opera degli Ottomani, Waterloo; battaglie che hanno indirizzato in forma decisiva il destino di città, imperi, popoli; battaglie, infine, divenute simbolo e bandiera propagandistica per definire la profonda alterità tra popoli e civiltà, come successo negli spesso abusati casi di Poitiers e Lepanto sul fronte (ben più complesso in quanto a contatti) dei legami antichi tra cristianità e Islam.

Il 9 agosto 378 ad Adrianopoli, nell’allora provincia romana della Tracia, andò in scena una battaglia che racchiuse in sé tutte queste tre caratteristiche. La meno nota tra le grandi battaglie del passato e tra i grandi spartiacque della storia militare fu uno scontro che sancì l’inizio della catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell’impero romano d’Occidente; aprì la strada alla presenza sempre più consistente dei popoli “barbari” nei territori della Res Publica, sancendo il graduale declino dell’arte militare romana; sancì l’attestazione di una profonda alterità tra i romani e i popoli provenienti da Oriente ritrovatisi a migrare oltre le frontiere del Danubio che portò, a cavallo tra IV e V secolo, le corti occidentali stanziate a Roma, Milano e Ravenna e quelle orientali di Costantinopoli a percepire con crescente ostilità dei movimenti sempre più associati a vere e proprie invasioni. Contribuendo a scavare faglie e divisioni tra l’Occidente e l’Oriente dell’Europa.

Ad Adrianopoli i Visigoti guidati dal sovrano Fritigerno schiantarono i romani guidati dall’imperatore Valente, che trovò la morte in battaglia due anni dopo aver dato ai Goti la possibilità di attraversare il limes danubiano, ingolosito dalla prospettiva che l’entrata dei nuovi ospiti dell’Impero offrisse a Roma la possibilità di ottenere nuove braccia per coltivare le terre incolte e nuovi guerrieri per rinfoltire le file dell'esercito romano impegnato nel presidio delle frontiere interne e nel ciclico riproporsi delle campagne con i nemici di sempre, i Persiani, a Oriente.

Alessandro Barbero ha ricostruito le determinanti storiche e le conseguenze militari, politiche e sociali di quella battaglia nel saggio 9 agosto 378. Il giorno dei barbari (Laterza, 2005) in cui l’autore con molta accuratezza narra gli antefatti della battaglia, evidenziando sia le trasformazioni in atto nell’Impero Romano, che aveva chiuso nei decenni precedenti una fase contrassegnata da continue discordie interne e guerre civili, sottolineato il graduale acuirsi delle differenze tra la parte occidentale e quella orientale, evidenziato gli effetti della diffusione del Cristianesimo non solo come religione dominante nell’Impero Romano ma anche tra i barbari e evidenziato il ruolo di queste trasformazioni nel determinare de facto il passaggio dall’Antichità al Medioevo. Che idealmente può avere una data simbolo, ancor più che nel 476, anno di deposizione di Romolo Augustolo, in quel 9 agosto 378 troppo spesso dimenticato nello studio della tarda età romana.

Non è forse un caso che lo scontro tra le armate di Valente e quelle di Fritigerno scoppiasse per accidente, per l’azione provocatoria di un gruppo di arcieri a cavallo romani partiti di propria iniziativa all’assalto dei Goti. La scarsa fermezza d’animo delle armate romane e il susseguente, travolgente successo degli avversari furono il culmine di una mala gestione della migrazione gota avvenuta nei due anni precedenti in cui il governo di Valente aveva dapprima sottostimato il numero di persone entranti nel territorio romano, in fuga dalla pressione degli Unni nelle steppe e pari probabilmente a 200mila, per poi rivelarsi incapace di garantire derrate, approvvigionamenti e sostegno ai Goti per spingerli a una sostanziale sedentarizzazione. Problemi, questi, aggravati dall’operato di funzionari infedeli intenti a rivendere a prezzo maggiorato le derrate destinate ai “barbari”. Che a cavallo tra la Tracia e l’Oriente d’Europa si abbandonarono dunque a razzie e saccheggi sotto la guida del re-guerriero Fritigerno, scampato anche a un tentativo di assassinio da parte romana. Nel 376, a Marcianopoli, un esercito romano di 5mila uomini fu travolto da 7-8mila Goti, il comandante Lupicino fuggì ma metà dei suoi uomini rimase sul campo ucciso e i Goti, scrive Ammiano Marcellino, "si sparpagliarono ai quattro angoli della Tracia, mentre i loro prigionieri o quelli che gli si erano arresi indicavano loro i villaggi più ricchi [...] ovunque furono appiccati incendi e commessi grandi massacri”.

Due anni dopo, ad Adrianopoli, si trovavano schierati un’armata di di 40mila soldati romani guidati dall’Imperatore contro un'orda di circa 50mila fanti e altrettanti cavalieri goti. Destinati inevitabilmente alla resa dei conti dopo un biennio di tensioni, frustrazioni e disperazione da parte dei Goti, passati di provincia in provincia, e un periodo altrettanto lungo di timori e incertezze da parte romana. Lo scontro nacque come zuffa e degenerò in massacro: i Romani furono travolti dalla superiorità numerica dei barbari, l’aggiramento del fianco sinistro dell’esercito di Valente ad opera della cavalleria gota spostò gli equilibri a favore degli uomini di Fritigerno, e mentre il sangue scorreva a fiumi (le vittime romane furono 30mila, quelle gote forse addirittura 75mila!) presi dal panico gli uomini delle legioni volsero le spalle al nemico. Fu la rotta, e anche Valente perse la vita.

Adrianopoli fu uno spartiacque. Sdoganò la partizione dell’impero che il successore di Valente, Teodosio, stabilì come strategia funzionale per rafforzare la tenuta e la difesa dei confini romani alla sua morte. Aprì a una serie di accordi con cui i Goti vincitori si conquistarono il diritto di fondare potentati indipendenti all’interno dei confini romani. Per la prima volta Roma negoziava dopo una sconfitta, e cedeva terreno. Lo faceva mentre si apriva alla crescente “barbarizzazione” delle armate dell’Urbe. Un solo uomo tentò, nel secolo successivo, di riscattare l’orgoglio militare e civile romano. Fu il generale Flavio Ezio, che nel corso del regno di Valentiniano III schiantò nel 451 gli uomini di Attila presso i Campi Catalaunici, dove i Romani inflissero una pesante sconfitta all'esercito degli Unni. Fu l’ultimo baluardo della Repubblica Romana, che poco più di vent’anni dopo sarebbe caduta, nella sua componente occidentale, nel più profondo silenzio. Lo schianto, quello vero, aveva avuto luogo un secolo prima, nei campi di Adrianopoli. Roma da allora volse le spalle al mondo. E le aquile che avevano aspirato a dominare il mondo lasciarono via via spazio ai vessilli dei popoli giunti dall’Oriente.

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