Alcol, solitudine e prigionia Così muore una duchessa

La rocambolesca biografia scritta da Caroline Blackwood racconta vita, leggenda e tramonto di Wallis Simpson, per la quale Edoardo di Windsor rinunciò al trono

L'ultimo decennio di Wallis Simpson, duchessa di Windsor, fu atroce. Rimasta vedova, vittima di fratture che le impedivano i movimenti e la costringevano a letto, era scivolata in una semi-demenza a cui l'anoressia e l'alcol, vodka bevuta in boccali d'argento, aggiungevano il carico di ulcere perforanti, lunghi ricoveri in ospedale, medici e infermieri fissi. I cancelli della sua dimora ai margini del Bois de Boulogne restavano serrati, l'unico contatto con l'esterno era affidato all'avvocato francese Suzanne Blum, installatosi al suo fianco subito dopo la morte del duca di Windsor e in pratica più il suo carceriere che il suo legale. La seducente divorziata americana che aveva fatto abdicare per amore un re, emblema di eleganza e di fascino al punto di far sentire le altre donne «come delle mazze da croquet accanto a una freccia lucente», si era ridotta a un piccolo corpo raggrinzito. In alcune foto scattate all'epoca dai teleobiettivi di paparazzi spagnoli, il suo volto di ottantenne rimandava a qualcosa di orientale e insieme al muso di una scimmia morta, i suoi celebri occhi azzurri niente più che due fessure chiuse. Eppure, «il viso della duchessa è ancora molto bello. Non ha rughe, i suoi capelli e la sua pelle sono perfetti» dirà negli stessi anni Maître Blum alla giornalista inglese Caroline Blackwood del Sunday Times : «La duchessa possiede questa giovinezza, questa radiosità... La bellezza della sua anima le risplende sul viso...». Era, quello di Suzanne Blum, un morboso e insieme straziante fenomeno di transfert possessivo, la divinizzazione di un'icona più che la descrizione reale di una persona, e insieme la sua idealizzazione nel nome di un puritanismo con cui l'avvocato rivestiva la sua assistita: «La duchessa non è mai andata in un night club, non amava uscire la sera, non ha mai bevuto, era gentile e dignitosa». Come osserverà la Blackwood, bastava pensare «a tutte le fotografie del duca e della duchessa ritratti con il volto pallido e tirato mentre barcollavano da un night club all'altro: Parigi, Palm Beach, New York»...

Caroline Blackwood non era una giornalista qualsiasi. Il padre era marchese di Dufferin, era nata Guinness da parte di madre e, erede di una fortuna leggendaria, si era ribellata ventenne alla famiglia per sposare Lucien Freud, all'epoca pittore né celebre né ricco. In seguito era stata la moglie del compositore Israel Citkowitz e poi del poeta americano Robert Lowell… Così, quello che all'inizio sarebbe dovuto essere un articolo più o meno di routine, un pezzo a corredo di un servizio fotografico all'insegna dello snobismo firmato Lord Snowdon, ovvero un «divorziato reale», l'ex marito della principessa Margaret, che immortalava la «divorziata reale» per eccellenza, si trasformò nel tempo in qualcosa di diverso, una sorta di rilettura letteraria del cinematografico Viale del tramonto wilderiano, con Wallis Simpson al posto di Gloria Swanson a rappresentare le conseguenze fatali dell'esser un mito e, soprattutto, con Maître Blum al posto del maggiordomo Von Stroheim, il servo-padrone della sua padrona-schiava, votato a lei e insieme suo carnefice nel nome di un isolamento totale. Non sorprende che finché Suzanne Blum sia rimasta in vita, il libro non sia mai uscito. Al tempo del loro primo incontro, l'anziano avvocato era stato più che chiaro: «Se non scrive un articolo favorevole alla duchessa, non le farò causa. La ucciderò». Caroline Blackwood dovette pensare che non si trattava di una boutade, e non aveva voglia di ritrovarsi come il William Holden del film prima citato a galleggiare da morto sull'acqua di una piscina... «Scrissi un pezzo adulatorio, ai limiti del servilismo, in cui in sostanza sostenevo che Maître Blum era un'incantevole e anziana signora nota per la sua lealtà alla duchessa».

In La duchessa (Codice, pagg. 296, euro 16,90; traduzione di Sara Prencipe), «l'incantevole e anziana signora» scompare a fronte dell'analisi di una situazione tragicomica, stando al riassunto fatto alla Blackwoood da Lady Dudley Ward, l'amante di Edoardo prima che la Simpson ne prendesse il posto: «Una vecchia orribile tenuta prigioniera da un'altra vecchia orribile». Perché poi Wallis da giovane era stata «une belle laide», una bella brutta, per dirla con il giudizio dell'esteta Cecil Beaton, per divenire in seguito «l'orribile divorziata americana» oggetto dell'odio monarchico inglese. «Lei e il duca -scrive la Blackwoood - avevano attraversato con ostentata indifferenza un'Europa lacerata dalla guerra, portando con sé più di duecento valigie, senza contare le scatole per i cappellini e i gioielli. Avevano un seguito sterminato che ricordava un piccolo esercito indipendente, incluse numerose cameriere che si occupavano degli adorati cagnolini della duchessa». Uno di questi carlini, Wallis lo chiamerà Captain Townsend, in onore dell'uomo che amò la principessa Margaret, ma non la poté sposare a causa della famiglia reale. Ed è sempre di Wallis la folgorante risposta a chi le chiedeva se il marito avrebbe assistito all'incoronazione della giovane Elisabetta d'Inghilterra: «Perché mai dovrebbe andare all'incoronazione della regina. Non è andato nemmeno alla sua».

Il fascino di La duchessa sta anche in queste sprezzature umorali e comportamentali che definiscono un'epoca. Diana Mosley, anche lei una Guinness prima di dannarsi sposando Oswald Mosley, il capo dei fascisti inglesi, definisce sciocchezze «il presunto rimpianto del duca di Windsor per aver rinunciato alle cerimonie di inaugurazione o a quegli stupidi saluti militari in cui si indossa un cappello con la piuma... Detestava quelle formalità, lo hanno sempre annoiato a morte». Lady Plunket è tranchant nel liquidare le affermazioni dell'avvocato Blum sulla sobrietà di Wallis Simpson: «Come avrebbe potuto sapere se beveva o no? Dopotutto era solo il suo avvocato. Nessuno beve quando va dal proprio avvocato... Be', forse lo facciamo quando sappiamo già che ci darà pessime notizie sulle nostre finanze. Ma quando siamo con il nostro avvocato beviamo... come dire... in modo diverso».

Wallis Simpson morì il 24 aprile 1986, all'età di novant'anni. L'anno seguente Sothebys vendette i suoi gioielli per 50 milioni di dollari, e ciò vuol dire che se Maître Blum la derubò del mondo non la derubò però dei suoi averi. Quest'ultima le sopravvisse di otto anni e morì che ne aveva novantacinque. La duchessa fu pubblicato un anno dopo e tempo un anno morì anche Caroline Blackwood, a sessantacinque anni, come se la minaccia di un tempo, «non le farò causa. La ucciderò», alla fine si fosse concretizzata.

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti