Antonella Cilento svela i misteri «gaudiosi» del piacere femminile

La protagonista di "Lisario" è un'incantevole Bella Addormentata. Tra amori intellettuali e fisici, luci e ombre della società barocca

Antonella Cilento svela i misteri «gaudiosi» del piacere femminile

Ho iniziato a leggere Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori) con il maggior numero di pregiudizi possibili. Il senso comune, nel suo volgare buonismo, sostiene sia doveroso approcciarsi alle cose senza preconcetti. La verità è che la nostra mente elabora la realtà compartimentando e classificando le esperienze pregresse per decodificare le nuove senza dover ripartire ogni volta da zero. I pregiudizi servono. Esserne consapevoli è l'unico modo per dismetterli qualora sia necessario smentirli e dare spazio a nuove convinzioni.
Ho aperto il libro di Antonella Cilento in treno, deciso a concederle solo una manciata di righe. Figurarsi, ognuno ha i suoi gusti, ma a me niente interessa meno che la letteratura etnica. Se non contiamo i romanzi storici, da cui mi tengo alla larga come dagli appestati, solo una cosa mi irrita di più: le riflessioni sui generi sessuali. Va da sé che Lisario o il piacere infinito delle donne, romanzo storico impregnato di napoletanità e incentrato sul piacere femminile, più che un regalo per il viaggio mi sembrava un dispetto. Le prime cinque righe sono diventate dieci. Poi venti. Poi venti pagine. Ed ecco, tutti i miei pregiudizi e, dopo la candidatura allo Strega, tutta la mia invidia (altro nobile sentimento, dominabile solo attraverso l'accettazione) costretti a venire a patti con una scrittura straordinaria. La trama, per evitare gli spoiler, cioè le anticipazioni di trama che rovinano la trama, si può riassumere così: la favola della Bella Addormentata dopo il «vissero tutti felici e contenti».
Lisario, giovane bellissima e muta che si rifugia nel sonno per fuggire alle vessazioni cui la sua condizione femminile la sottopone, custodisce, oltre al segreto amore per la lettura e la scrittura, anche quello del piacere infinito. Avicente, medico farsesco e arrogante, cui Lisario appare bella, «spaventosa e pericolosa come l'America agli spagnoli», ne diverrà fortunosamente lo sposo dopo averla risvegliata con pratiche mediche inconfessabili. Il segreto del suo piacere diventerà la sua ossessione, nel tentativo di «cogliere Dio nel piacere meccanico, in un singolo, insignificante, dettaglio», come «unico contrafforte dinanzi alla morte».
Lisario, divenuta cavia per il suoi esperimenti, verrà salvata dal vero principe azzurro, Colmar, talentuoso ma sfortunato pittore di origine giudea: «L'Amore è arrivato. Io non più aspettavolo e invece, come scrive il signor Ludovico Ariosto, eccolo: “Che non è insomma amor, se non insania?”». Memorabile il primo rendez-vous tra i due, miccia di un amore profondamente letterario, eppure così terreno: «accovacciato in una posa ridicola e innaturale le prese il volto fra le mani e posò, piano, le labbra su quelle di lei. Mi morderà, pensò. Puzzo?, si chiese. Mi conterà i denti? - e ne aveva una buona parte, considerata l'età -, i più ceduti alla terra in baruffe».
Avicente, scoperto l'adulterio, sognandosi musulmano per «infliggere alla moglie le punizioni d'uso!» tenterà di separare gli amanti, ma i «sogni azzurri» di Lisario, innamorata, si realizzeranno nei giorni della rivoluzione di Masaniello, mentre sfilano «sulle picche, bottino d'assalto, il membro tagliato di un congiurato, una parrucca bionda, poiché un altro si era finto donna per non morire, un braccio, un abito di broccato».
Nella tumultuosa Napoli del Seicento si sovrappongono i destini di pittori, nobili spagnoli, rapaci arraffoni autoctoni, prostitute, ermafroditi, insetti e ratti in quantità, tutti «perversi come i pesci». Il tono picaresco, con astuzia femminile, è infittito di frasi che, con la loro musicalità e la loro esattezza, restituiscono l'olezzo del passato attraverso «l'odore d'amido sciolto che veniva dai merletti arsi», il «puzzo di sudore di corpi villosi e sformati» fino all'ineffabile «ogni fetore è relativo, secondo la specie, e anche la Bellezza puzza, dunque è Opinabile!».
Al confine tra commedia e tragedia, frutto di faticose ricerche e di un'ambizione smisurata che costringe a una stupefatta devozione, i capitoli brevi, conclusi con effetti drammaturgici, fanno di Lisario un libro brillante su cui regna sovrana l'ironia, un deus ex machina che sminuisce ogni angheria, ogni bacio e ogni preghiera. È tutto patetico nel Viceregno, tutto farsesco e teatrale, come le scene della rivoluzione, in cui gli «eletti dal popolo» sono «cacatissimi sotto» perché invece di rappresentarlo lo derubavano. Tra dispense razziate e case saccheggiate, il popolo, «fottendogli a gratis le prostitute, che mai ne basta di stupro durante una rivoluzione», cambiava le cose scoprendo che, più le cose cambiano, più restano le stesse. Napoli, popolata da «gente debole e ingovernabile, un popolaccio rozzo e nobiltà lecchina» ricorda la Roma dei nostri giorni, coi suoi accrocchi letterari e cinematografici in cui si usa «dare committenza a certi maestrucoli solo perché sono amici del potente di turno, solo perché prendono l'aria al canile giusto... e poi? Cosa accade? Che tutto quel che si dipinge o si scrive abbassa il gusto e più s'abbassa il gusto più muore l'arte».
Se il filo rosso di Lisario è l'impotente e vana ricerca, da parte di un uomo, della natura del piacere femminile, un po' come la ricerca del Santo Graal, altrettanto vana sarà la ricerca del vanaglorioso lettore che, vittima dei suoi pregiudizi, dovesse affannarsi a cercare una caduta di stile nella scrittura della Cilento.
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