Assassinata la classe media: ora bisogna trovare il killer

Negli Usa fanno discutere due saggi dalle tesi opposte. Il primo accusa il capitalismo finanziario di avere ucciso la borghesia. Il secondo attribuisce la colpa al Welfare

Assassinata la classe media: ora bisogna trovare il killer

Chi ha ammazzato la classe media? Perché che sia morta lo dicono tutti. Che si tratti di un assassinio, pure sono tutti d'accordo. Sul colpevole, invece, le teorie si dividono. Colpa dello stato burocratico-assistenziale? O della deriva mercatista, con la complicità del capitalismo finanziario?
Negli Stati Uniti il dibattito ferve. Anche perché è parte integrante della campagna elettorale per le presidenziali. I candidati, Barack Obama e Mitt Romney, devono convincere il ceto medio e conquistarne il voto. Perciò, prima di tutto, devono convincerlo di non essere loro gli assassini. Un'operazione per portare a termine la quale sono stati sguinzagliati i migliori intellettuali di riferimento. Non è infatti un caso che proprio in queste settimane siano usciti due libri sull'argomento. Due impostazioni opposte, due conclusioni molto diverse sulla soluzione del giallo.
In campo per primi sono scesi James Carville e Stan Greenberg, rispettivamente uno dei più conosciuti strateghi politici di Bill Clinton e il sondaggista e analista più in voga della sinistra americana (con frequenti incursioni in quella europea) degli anni Novanta e inizio Duemila. Nel loro libro a quattro mani, It's The Middle Class, Stupid!, («È il ceto medio, bellezza!», Blue Rider Press, pagg. 321, dollari 26,95) danno ovviamente la colpa ai «rapaci plutocrati della destra conservatrice» che hanno spogliato di ogni bene la classe media grazie alla copertura di Fox News e di quella che chiamano «the right-wing fog machine», la macchina del fumo conservatrice, quella che - secondo la vulgata liberal - confonde i piani della discussione e le idee.
Individuato l'assassino, occorre trovare l'alibi per l'imputato sotto accusa: in questo caso, il presidente americano Barack Obama. Carville e Greenberg utilizzano perciò parecchie pagine e grandi sforzi per spiegare che Obama non è l'uomo che ha foraggiato Wall Street con tassi all'uno per cento e sussidi degni del miglior capitalismo assistito: quello che in Italia conosciamo bene e che, grazie ai buoni rapporti con la politica, riesce sempre a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite. Il presidente americano sarebbe piuttosto un uomo concreto e nient'affatto partigiano, bloccato nella sua azione dall'opposizione aggressiva e senza scrupoli dei conservatori. Il suo peggior fallimento, dunque, sarebbe non nei risultati effettivi, ma nel non aver saputo costruire una narrativa efficace e spendibile della propria azione di governo. È per questo - spiegano gli autori - che il popolo pensa ancora che il governo, lontano da essere la soluzione, sia proprio uno dei problemi fondamentali della crisi.
E allora ecco l'idea dei pensatori liberal, una fantastica riforma: creare un istituto per «l'Espansione e la Protezione del Ceto Medio», con sede Princeton, magari. Che poi è parente della vecchia idea italiana del rinviare la soluzione dei problemi, inventando per lo scopo una nuova commissione parlamentare.
Meno pamphlet e più saggio politico è invece il secondo libro, di matrice dichiaratamente conservatrice. Sin da titolo: The New Leviathan: the State versus the individual in the 21st century, «Il nuovo Leviatano: stato contro individuo nel XXI secolo» (Encounter Books, pagg. 348, dollari 25,99). Si tratta di una raccolta di scritti curata da Roger Kimball, un intellettuale conservatore, educato dai gesuiti, laureato in filosofia e attivo nei think tank del liberalismo classico anglosassone. Le monografie scelte abbracciano temi diversi: dalla riforma della sanità al tema dell'immigrazione e del deterioramento delle relazioni internazionali americane, passando per la guerra al terrorismo. Il risultato finale è una critica sistematica del pensiero progressista Usa e della sua incarnazione concreta negli anni di Obama.
Per gli autori, infatti, l'assassino del ceto medio è evidente. Basta raccogliere in un unico dossier tutte le prove a carico e dimostrare che la politica (interna ed estera) dell'ultimo periodo ha avuto come risultato quello di minare lo spirito profondo della nazione americana, basato sull'autonomia e l'autosufficienza. Rimpiazzandolo con l'attitudine a rivendicare diritti acquisiti e a dipendere dall'aiuto pubblico. Una mentalità lontana anni luce dalla cultura americana. E infatti lo scopo del curatore del libro è dichiarato: mettere i concittadini sull'avviso. Il tempo della scelta elettorale si avvicina e la nazione si trova di fronte a un bivio. Continuare con le politiche progressiste che stanno snaturando la nazione e avvilendo il ceto medio? O tornare al modello classico liberale (meno tasse, diritto di proprietà, libero mercato) che, liberando le energie della classe media, ha fatto grandi gli Stati Uniti?

Commenti