La leggenda di Joichi Tomonaga: così si immolò per il suo Paese

La battaglia di Midway vista attraverso gli occhi di Joichi Tomonaga, pilota della Marina Imperiale Giapponese a bordo della portaerei Hiryu

La leggenda di Joichi Tomonaga: così si immolò per il suo Paese

Midway è un atollo corallino in mezzo all'Oceano Pacifico, a circa 1600 chilometri a ovest delle isole Hawaii, a “metà strada” tra il Giappone e la costa continentale degli Stati Uniti.

Proprio per questa sua posizione strategica, nella vastità di quell'oceano, gli statunitensi ne hanno fatto una base di rifornimento per i “clipper” commerciali che volavano tra i due continenti negli anni '30 del secolo scorso. Parallelamente crebbe progressivamente anche la sua importanza militare (e questo dovrebbe far capire molto dell'uso duale, anche oggi, di certe installazioni), finché nel 1941 divenne una Naval Air Station, ovvero una base aeronavale dell'U.S. Navy.

Quella che stiamo per raccontarvi oggi non è la solita storia di una delle più importanti battaglie del Secondo Conflitto Mondiale, bensì la storia di un uomo poco conosciuto, un giovane tenente pilota della Marina Imperiale Nipponica che vi partecipò perdendo la vita con un gesto estremo, in un certo senso antesignano di quei piloti spinti dal “Vento Divino” (la traduzione di kamikaze) che si infrangevano col loro velivolo sulle unità navali statunitensi in un ultimo disperato tentativo di fermare l'avanzata americana nel Pacifico.

Quell'uomo si chiamava Joichi Tomonaga, e questa è la sua storia.

Tomonaga nasce il 9 gennaio del 1911, a Beppu nella prefettura di Oita. Dopo aver studiato al locale liceo, nell'aprile del 1928 entra all'Accademia Navale. A novembre del 1931 si diploma, come 59esimo del suo corso, e nell'aprile del 1933 ottiene la sua prima nomina entrando a far parte dell'equipaggio dell'incrociatore pesante Atago, della classe Takao, un vascello che affondò durante la battaglia del Golfo di Leyte nel 1944. A novembre dello stesso anno entra nella scuola di volo della Marina Imperiale e a luglio del 1934 ottiene “le ali”. Tomonaga però non va a finire sui caccia, ma diventa pilota di aereo d'attacco. A novembre dello stesso anno ottiene il suo primo imbarco su una portaerei, è la Akagi. Successivamente viene avvicendato e a dicembre del 1937 entra a far parte del gruppo di volo della portaerei Kaga.

Tomonaga segue le sorti del Giappone, e pertanto partecipa, coi suoi commilitoni, alla guerra sino-giapponese guidando alcune incursioni delle forze da bombardamento della Marina Imperiale, contro alcune città principali cinesi. Nel giugno del 1938 viene nominato comandante di sezione, mentre poco prima dello scoppio della guerra nel Pacifico, a settembre del 1941, viene nominato comandante di squadra aerea. Gli eventi bellici lo colgono a bordo della portaerei Hiryu, con cui prende parte alle battaglie iniziali della campagna del Pacifico contro gli Alleati. In particolare, a bordo di questa unità, partecipa all'attacco su Pearl Harbor, alla conquista dell'isola di Wake e alla breve incursione del gruppo d'attacco della portaerei nell'Oceano Indiano. Nell'aprile del 1942 viene nominato comandante di stormo della Hiryu, legandosi indissolubilmente al destino dell'unità navale, che, di lì a pochi mesi, sarà coinvolta nella sua ultima grande battaglia.

Proprio ad aprile, infatti, per uno scherzo del destino o forse perché il caso, a volte, non esiste, il raid ideato ed effettuato dal tenente colonnello Jimmy Doolittle che decollò alla testa di 16 bombardieri medi B-25 “Mitchell” dal ponte della portaerei Hornet per bombardare Tokyo, Yokohama, Kobe, Osaka e Nagoya, diede il via libera alla “operazione Mi” dell'ammiraglio comandante in capo della flotta nipponica, Isoroku Yamamoto. Stavolta l’obiettivo selezionato per l’operazione, malgrado le obiezioni di alcune figure legate alla Marina, era il piccolo atollo di Midway. Per confondere le acque e attirare gli americani in una trappola mortale, Yamamoto predispose un’azione diversiva sull’arcipelago delle Aleutine (operazione Al), obbligando i propri uomini a mantenere il completo silenzio radio: la riuscita del piano dipendeva infatti dal conseguimento dell’effetto sorpresa, condizione che venne a mancare nell’istante in cui i crittografi violarono anche l’ultima versione del codice Jn-25, nel maggio del ‘42, ma questa è un'altra storia, tutta americana. Il piano era, sostanzialmente, di sbarcare sull'isola in forze, per utilizzarne l'aeroporto e lo scalo marittimo per minacciare direttamente le Hawaii e la costa occidentale degli Stati Uniti, allontanando il più possibile così la possibilità che gli americani potessero spingersi verso il Giappone e le isole del Pacifico conquistate.

Alla testa dell'imponente schieramento navale si trovavano quattro (Akagi, Kaga, Soryu e Hiryu) delle sei portaerei di squadra che componevano il Kido Butai, al comando dal vice-ammiraglio Chuichi Nagumo (per ironia della sorte uomo che nutriva scarsa fiducia nell’arma aerea). Più distante, dietro il gruppo d'attacco di Nagumo, a un intervallo compreso fra le 300 e le 600 miglia nautiche, navigava invece il resto della squadra d’invasione con le sue 9 corazzate, 15 incrociatori di vario tipo, 42 cacciatorpediniere, 7 dragamine e 12 trasporti truppe. Uno schieramento di forze imponente, ma del tutto inutile, come vedremo.

Quando la squadra navale parte dalla baia di Hiroshima diretta verso Midway e le Aleutine (altro scherzo del destino per via degli ultimissimi eventi bellici), Tomonaga assume il comando dell'intera flotta aerea da attacco, in quanto il comandante Mitsuo Fuchida era stato messo fuori gioco da un attacco di appendicite. All'alba del 4 giugno, infatti, il giovane tenente di vascello decolla dal ponte della Hiryu per colpire, col suo velivolo B5N2 “Kate” l'atollo corallino: l'aereo di Tomonaga decolla insieme ad altri 132 velivoli da attacco con la scorta di 108 caccia Zero. Una potenza aerea enorme, che verrà sostanzialmente annientata entro la fine della giornata.

Gli americani sanno che i giapponesi stanno arrivando, e fanno decollare la caccia di Midway, che viene letteralmente sterminata dagli Zero nipponici, ma l'attacco alla striscia d'asfalto dell'aeroporto è comunque poco preciso, forse per la foga o per la giovane età dei piloti giapponesi, e Tomonaga comunica Kawa Kawa Kawa, codice per richiedere un secondo attacco. Tale richiesta, insieme a una serie di coincidenze sfortunate, complicò il già difficile compito del viceammiraglio Nagumo, e contribuì a creare confusione sulle portaerei giapponesi nell'imminenza degli attacchi aerei americani.

L'aereo del tenente viene colpito, forse dalla contraerea, e ha i serbatoi di carburante dell'ala sinistra sforacchiati, ma il pilota riesce comunque a tornare sulla Hiryu. Frattanto vengono scoperte le portaerei americane, che navigavano a nord est di Midway, e gli aerei nipponici rimasti sulle portaerei, che stavano per essere armati con bombe, vengono frettolosamente armati di siluri. Fattore che segnerà il destino delle quattro unità giapponesi. Mentre le unità stanno lanciando gli aerei, sulle loro teste piombano i bombardieri in picchiata della Task Force americana, e ne fanno strage.

Sopravvive a questo primo assalto solo la Hiryu: Kaga, Akagi e Soryu, in fiamme ed in preda a gigantesche esplosioni date dalle bombe e dai siluri che esplodono nell'hangar, diventano presto un cumulo galleggiante di lamiere contorte e ardenti. In meno di 10 minuti il Kido Butai, che pochi mesi prima aveva colpito mortalmente la flotta americana a Pearl Harbor, è ridotto alla metà della sua forza.

Alle 13:20 di quel giorno, gli aerei di Tomonaga ritornano sull'unica portaerei superstite. Alle 13:30, il “Tomonaga Thunder Squadron”, che si dice avesse a disposizione solo 10 aerei da bombardamento e sei caccia, guidati decolla dalla Hiryu per cercare di colpire le altre portaerei americane (la Yorktown era già stata colpita nel primo attacco nipponico).

L'aereo di Tomonaga, però, ha ancora il serbatoio alare di sinistra bucherellato dai colpi americani, e la squadra dei meccanici di bordo non ha avuto il tempo materiale di ripararlo. Il tenente sale comunque sul suo B5N2, armato di siluro, per quella che sarà la sua ultima missione. Una missione che Tomonaga sa essere l'ultima, perché non avrà modo di ritornare alla portaerei anche se le sorti della battaglia dovessero miracolosamente mutare. Il pilota però, forse mosso dai primi aliti di quel “Vento Divino” che soffiò intensamente pochi anni dopo, non pensò minimamente alla sua vita, ma la offrì in olocausto per i suoi commilitoni, per la nave e per il Giappone. “Tutto per l'Imperatore”.

Mentre le altre tre portaerei giapponesi stanno bruciando, si dice che l'ammiraglio comandante Tamon Yamaguchi, a bordo della Hiryu, vedendo Tomonaga salire sul suo aereo per una missione di sola andata, gli disse “la seguirei volentieri”. Chissà. Avendo in mente la statura e lo spirito di sacrificio di quegli uomini, è plausibile.

Tomonaga è in volo, a cercare le altre portaerei americane per tentare di riequilibrare, disperatamente, le sorti della battaglia. La flotta nemica viene scoperta dopo un'ora in volo a un'altitudine di 3mila metri. Tomonaga ordina: “Totsure” (in formazione d'attacco). Il Thunder Squadron era diviso in due sezioni da cinque velivoli, la seconda guidata dal tenente Toshio Hashimoto. Tomonaga e gli altri piloti sono convinti di attaccare una seconda unità americana, credendo la Yorktown in fiamme, ma così non è: lo straordinario lavoro delle squadre antincendio e dei meccanici di bordo rimettono la nave in grado di combattere.

I contrattacchi della caccia di scorta americana e il fuoco antiaereo sono estremamente feroci, e la sezione di Tomonaga attira i caccia. Il tenente si getta a pelo dell'acqua, puntando il quarto di poppa della Yorktown, ma alle sue spalle piomba un F4F Wildcat, pilotato forse da Jimmy Thach. Le mitragliatrici sparano. Tomonaga, nonostante il suo aereo sia gravemente danneggiato, mantiene la rotta e sgancia il suo siluro contro la portaerei. Subito dopo averlo fatto, la sua ala sinistra si spezza, probabilmente anche a causa dei danneggiamenti precedenti, e l'aereo si schianta in mare. Il suo siluro manca la Yorktown che però viene colpita da altri due: uno sganciato da Hashimoto.

Un colpo fatale per l'unità navale americana, che la mette fuori combattimento definitivamente. La Yorktown, successivamente, viene affondata dal sommergibile giapponese I-168 mentre è a rimorchio di un cacciatorpediniere nel tentativo di tornare a Pearl Harbor. Anche la Hiryu, però, ha il destino segnato. Più tardi, quel pomeriggio, viene attaccata da una quarantina di bombardieri in picchiata Sbd Dauntless statunitensi e affonda.

Joichi Tomonaga per l'eroismo in combattimento riceve una promozione di grado postuma. Oggi, nel suo luogo di nascita presso Noguchi Nakamachi nella città di Beppu, c'è un monumento commemorativo che lo ricorda. Nel cimitero municipale di Noguchihara è stata posta una tomba col suo nome, anche se il suo corpo è sepolto nelle profondità del Pacifico, non lontano dall'isola di Midway, dove tutta una serie di eventi, tra cui anche una buona dose di sfortuna, contribuì a mutare in modo irreversibile il corso della guerra del Giappone.

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