Can prima di Sanem: "Se stasera venisse anche lei..."

Pubblichiamo per gentile concessione dell'editore un estratto di Stavo cercando te (Mondadori) di Roberta Damiata

Can prima di Sanem: "Se stasera venisse anche lei..."

Residenza Aksu – Istanbul (2002). Scavalcare il muro della casa del sultano è la cosa che più al mondo mi rende felice. Non ci abita realmente il sultano, ma dentro c’è comunque una principessa. Non capisco cosa sia questo strano tormento che dal giorno in cui ho incontrato Esel mi fa pensare a lei ogni secondo. A volte mi affaccio alla finestra della mia camera sperando di scorgerla in giardino a giocare. La immagino con i suoi capelli lunghi correre felice e poi fermarsi per prendere fiato. Mi sembra di vederla con le guance rosse, il lungo vestito sporco d’erba e quegli occhi luminosi. Ogni volta che la incontro sento ancora il brivido di quando mi ha sfiorato per la prima volta con la sua piccola mano e quel profumo di fiori che la circonda. Vederla però è quasi impossibile, rinchiusa com’è in quella fortezza dalle alte mura che ogni giorno provo a superare.

«Can» la voce di mio padre mi fa sobbalzare. «Ti ricordi che stasera vengono a cena i genitori di Polen? Ci sarà an- che lei» mi dice facendomi l’occhiolino. È convinto che io mi sia preso una cotta, ma non è così. Polen è bellissima, ma è Esel che mi fa battere il cuore. Mi basta solo pensarla.

“Se stasera venisse anche lei, se ci fosse e potessi vederla...” ritorno a volare con la fantasia. Non so gestire questa sensazione che mi prende allo stomaco e mi blocca i pensieri. Ovunque vada c’è solo lei nella mia mente. Metin e Akif hanno capito che sono strano in questo periodo. Prima, andare in giro con loro per il quartiere era la cosa che mi piaceva di più: correre per le strade polverose con le biciclette e fare a gara a chi frena all’ultimo momento nella discesa appena sotto casa mia o tirare sassolini alle finestre e poi scappare veloci guardando le facce arrabbiate dei proprietari. Ora queste cose mi sembrano così lontane da me. Tutto il mondo pare sbiadito, senza più colori. Sento il citofono e mi precipito sotto. Al cancello trovo Metin.

«Ciao Can, oggi ti va di uscire?»
«No Metin, scusa ma devo studiare» mento.
«Ma sei il più bravo a scuola, cosa devi imparare ancora? Dai, facciamo una gara e vediamo chi arriva prima a casa di Akif!»
Guardo negli occhi il mio amico ed è come se non riuscissi più a comprendere quello che mi sta dicendo, è come se Esel avesse completamente cambiato i miei desideri. Ora non penso più alla mamma lontana, a Emre che sta con lei in Svizzera mentre io sono rimasto qui da solo. Esel ha riempito il mio mondo.

«Metin» gli propongo, illuminandomi «ti va se oggi ti presento la mia amica di cui ti parlo sempre?»

Metin mi guarda in modo strano, senza capire: «Ancora quella ragazza misteriosa? Per fare cosa poi? Le gare in bicicletta? Ma sei pazzo, pensa che lagna».
«No Metin, niente gare. Andiamo, vedrai che ti diverti.»

Prendo la mia bici e in un lampo siamo davanti casa di Polen. Suono il campanello.

«Sono Can Divit, signore, c’è Polen?»
Sento il clic del cancello, che si apre lentamente. La stessa cosa fa la bocca di Metin che chiede stupito: «Ma che cos’è questo posto meraviglioso?».
«Te l’ho detto che ti sarebbe piaciuto, io la chiamo la casa del Sultano.»
Non appena entriamo, dal lungo vialetto vedo i capelli biondi di Polen, che ci sta venendo incontro.
«Ciao» le dico quando è vicina a noi. «Mio padre mi ha detto che stasera vieni a cena da noi, così ho pensato di venirti a trovare un po’ prima per giocare e poi andare insieme a casa mia.» Da dietro le spalle sento Metin che mi spinge. «Io sono Metin» dice, allungando la mano verso Polen. Sembra molto colpito dalla sua bellezza, ma chi non lo sarebbe? Solo io, che non ho occhi che per Esel.

«Ah, giusto, lui è un mio amico. Ho chiesto anche a lui di venire. Ma Esel dov’è?» domando imbarazzato.

Polen mi fulmina con lo sguardo e risponde stizzita: «Esel è in cucina con sua madre, la nostra cameriera. Solitamen- te, come ti ho detto più volte, non gioca con me».

La sua risposta è gelida, ma il sorriso che le distende le labbra mi tranquillizza.
«Scherzo, Can. Visto che c’è anche il tuo amico, posso chiederle di venire a giocare con noi. Sempre se ha finito le sue faccende.»

Il mio cuore fa una capriola. Metin nel frattempo ha an- cora lo sguardo fisso.
«Amico, va tutto bene?»
«Che bella quella ragazza.»
«Chi, Polen?»

Le nostre parole si dissolvono nel vento, perché in quel momento i miei occhi sono tutti presi da Esel, che è spuntata timidamente dal grande portone di casa. Ha la testa bassa e tiene le mani strette davanti a sé. Il cuore mi batte tal- mente forte che lo sento rimbombare anche nelle orecchie. Rimango lì impalato con le braccia lungo il corpo, guardando tutto come fosse al rallentatore, Esel che si avvicina, alza lo sguardo e incrocia il mio. Mi manca il respiro, ho la bocca secca e non so dare un nome a quello che provo. Vorrei poterle correre incontro e abbracciarla, anche se fino a pochi anni prima giocare con una ragazza significava solo aver perso una scommessa. Ora le perderei tutte pur di rimanere con lei.