Cultura

Croce, quando la libertà viene prima del liberismo

Il "Papa laico" della cultura italiana scomunicò persino Luigi Einaudi in tema di mercato. Ma la sua lezione sui "valori comuni" è attualissima

Croce, quando la libertà viene prima del liberismo

Sessant'anni fa, il 20 novembre 1952, si spegneva, nell'austero Palazzo Filomarino, il Senatore Benedetto Croce, un pensatore “epocale”, un protagonista unico della storia della cultura occidentale. “Unico” a prescindere dalla sua concezione del mondo - analizzata, criticata, integrata in una saggistica, italiana e straniera, a dir poco, sterminata - giacché non s'era mai visto uno scrittore capace di far scuola sia nella storia dell'estetica e della critica letteraria, sia nella storiografia politica, sia nella filosofia. Anche nel Settecento, Hume e Voltaire si erano occupati della storia del loro Paese - e il secondo anche di quella svedese e russa - ma non avevano fondato nessun laboratorio di ricerca. Croce, al contrario, tra i suoi allievi non ebbe soltanto filosofi devoti, come il grandissimo Carlo Antoni, ma, altresì, storici tra i maggiori del XX secolo come Federico Chabod, Rosario Romeo, Adolfo Omodeo, Vittorio de Caprariis, Nicola Matteucci, allievi autentici e, in quanto tali, pensosi e problematici, non mere fotocopie sbiadite, se non caricature, del Maestro.
Una personalità così “ingombrante” e multiforme non poteva arare lo scibile umano senza offrire il fianco a critiche e riserve spesso non prive di fondamento. Nelle sue teorie estetiche, non v'era spazio per la comprensione del decadentismo europeo, di Charles Baudelaire, di Gabriele D'Annunzio, di Giovanni Pascoli o di un gigante del teatro contemporaneo come Luigi Pirandello. Nel suo pensiero filosofico venivano liquidati, con eccessiva disinvoltura, non soltanto il vecchio positivismo - oggetto di ironia per il suo versante umanitario e riformista - ma, altresì, il pragmatismo, il neocriticismo e lo stesso esistenzialismo tedesco e francese. Nella sua concezione storiografica, venivano svalutate le nuove metodologie della ricerca che avevano trovato in Italia, nella scuola economico-giuridica, due esponenti di elevata cifra morale e intellettuale come Gioacchino Volpe e Gaetano Salvemini.
E nondimeno, tra le tante critiche mosse al filosofo napoletano ve ne sono alcune che il tempo va forse ridimensionando. Il suo liberalismo è decisamente «superato» come hanno scritto politici intellettuali, come Giovanni Malagodi o accademici come Giovanni Sartori? È proprio vero che, nel confronto critico con Luigi Einaudi su “liberalismo e liberismo”, iniziato nel 1931, lo sconfitto è Croce? Come si ricorderà, la polemica tra i due giganti del liberalismo italiano verteva sul ruolo del libero mercato in una coerente teorica liberale. Per Einaudi, la libertà imprenditoriale è, come la libertà politica e la libertà civile, incorporata nel “liberalismo dei moderni”; per Croce, al contrario, il liberismo è uno “strumento” al servizio della Libertà, un mezzo di cui occorre misurare, di volta in volta, l'adeguatezza al fine. «La libertà come la poesia, come la morale, come il pensiero, non si lega mai a nessuna particolare condizione di fatto, istituzione e costume, sistema economico o altro che sia, ma tutti questi adopera secondo la situazione delle cose ossia il corso della storia, come mezzi pratici dell'opera sua».

Per noi, le argomentazioni di Einaudi restano ineccepibili: come si può pensare, infatti, una “società aperta” senza mercato, ingabbiata da uno stato protezionista all'esterno e dirigista all'interno? Sennonché anche le ragioni di Croce cominciano ad apparirci come quegli scogli che dopo essere stati sommersi da ondate di chiacchiere riemergono più irremovibili e saldi di prima.
In realtà, il rispettoso interlocutore di Einaudi non era suo contemporaneo ma restava un uomo dell'Ottocento. Alexis de Tocqueville aveva scritto: «Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire. Essa soltanto è in grado di strapparli al culto dell'oro e alle meschine faccende giornaliere dei loro affari privati, per far loro sentire e vedere, in ogni momento, la circostante e sovrastante presenza della patria; essa soltanto può sostituire di tempo in tempo all'amore del benessere passioni più energiche ed alte, offrire all'ambizione scopi maggiori che non quello di far quattrini, creare la luce che permette di scorgere e giudicare i vizi e le virtù degli uomini». Ebbene, al fondo, non era la stessa libertà di Croce, quella che gli artefici del Risorgimento avevano vissuto come «un principio religioso, che rende forti i cuori e illumina le menti e redime le genti e le fa capaci di difendere i loro legittimi interessi»?

Croce ci richiama a una lezione dimenticata: senza “valori comuni”, in assenza di una identità comunitaria forte - per lui, l'Italia di Cavour e di Giolitti - si costruisce sulla sabbia. Indubbiamente questa idea rischiava di fargli sottovalutare l'analisi puntuale delle istituzioni politiche, economiche, culturali (le a torto detestate sociologia e scienza politica) ma, ad approfondirla, ci spiega assai bene perché sul patriottismo costituzionale alla Jürgen Habermas si fondano solo i villaggi Potemkin delle “buone intenzioni”.

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