Il fascino eterno di Samarcanda: una città al centro del mondo

In "Samarcanda - Un sogno color turchese" Franco Cardini guida alla scoperta della storia di una città che è stata un ponte tra Oriente e Occidente, tra Europa e Asia, tra il Medioevo e la modernità

Il fascino eterno di Samarcanda: una città al centro del mondo

Samarcanda, crocevia di popoli e civiltà. Samarcanda, epicentro delle carovane che percorrevano le antiche rotte della “Via della Seta”. Samarcanda, capitale di imperi e principati. Samarcanda, crocevia tra ellenismo, Islam e Oriente profondo. Poche città nella storia moderna sono associate a una carica simbolica tanto grande: in Europa Samarcanda rappresenta l’Oriente, “l’oltre” per eccellenza, porta con sé un fascino esotico. Per la nazione di cui oggigiorno è parte, l’Uzbekistan, e per il vicino Tajikistan è un collante identitario.

“Potenza di una città sognata: ci arrivi e ti stupisci che esista davvero”, scrive Franco Cardini in Samarcanda – Un sogno color turchese (Il Mulino, 2016), un saggio in cui il celebre storico e medievista toscano conduce il lettore sulle strade della città dell’Asia centrale, non solo metaforicamente. Cardini conduce il lettore a comprendere come nella stessa pianta della città si possano leggere i segni di una storia che va dai tempi di Alessandro Magno, che assediò e distrusse l’antico centro di Afrasiab predecessore di Samarcanda, all’epopea del “Grande Gioco”, la partita geopolitica, militare e d’intelligence tra Regno Unito e Russia per il controllo dell’Asia Centrale svoltasi nel XIX secolo, alla sfida panturanica di Enver Pasha e, dopo l’intermezzo sovietico, alla nascita di una nazione, l’Uzbekistan, che ha incardinato la città nel progetto di costruire un’identità sulla base dell’eredità turanica e islamica del suo popolo di fronte ai vorticosi processi della globalizzazione.

In mezzo a tutto, chiave di volta della storia di Samarcanda, l’interconnessione tra Oriente e Occidente che, in età medievale, fece dell’Asia centrale abitata dalle tribù turche e altaiche il polmone dei collegamenti tra l’Europa e la Cina, di Samarcanda uno snodo carovaniero sulla “Via della Seta” e un vero e proprio centro cosmopolita. Marco Polo ricorda nel Milione: “Samarcan è una nobile cittade, e sonvi cristiani e saracini”. Ai tempi, la città era reduce dalla marea montante delle invasioni mongole, ma sarebbe presto fiorita come capitale imperiale sulla scia dell’epopea umana e militare di uno dei più celebri conquistatori della storia, Timur Beg, “Timur lo Zoppo”, noto in Occidente come Tamerlano.

Figlio del capo della tribù turco-mongola dei Barlas, stanziatasi nel Khanato Chagatai in seguito all'invasione mongola del secolo precedente, Timur, nato a Kesh (nell’attuale Uzbekistan) nel 1336, si considerava un discendente della stirpe di Gengis Khan e durante la sua lunga vita plasmò un progetto di conquista imperiale con cui puntava a ricalcare le orme del predecessore. Feroce condottiero, erede della tradizione mongola fondata su un’arte della guerra affinata e fondata sull’uso strategico della cavalleria e sulla capacità di tenere uniti, in nome dell’obiettivo di conquista e razzia, popoli e stirpi diverse (membri del khanato chagatay, mongoli, tartari, turcomanni, persiani, indiani), partendo dalle steppe dell’Asia Centrale Timur plasmò un impero che andava dai confini orientali dell’attuale Anatolia all’India.

Travolgendo il sultanato Mammelucco, la nascente potenza ottomana e il Khanato dell’Orda d’Oro a Ovest e arrivando a espugnare Delhi (1398) a Est, Timur creò delle vere e proprie onde d’urto geopolitiche che cambiarono radicalmente gli assetti di potere in Eurasia, dando de facto il via al processo che in Russia avrebbe garantito l’emancipazione della Moscovia dai Tatari e ricreando, per pochi decenni fino alla morte (1405) uno spazio politico unitario in cui restaurare la pax mongolica. Ovvero un’area coesa sotto una sovranità unica al cui interno fossero garantiti scambi commerciali, mobilità e sicurezza.

Di questo spazio Samarcanda, scelta nel 1370 come capitale da Timur, fu il cuore pulsante, la vera e propria perla. A differenza di Gengis Khan, Timur puntava fortemente sulla necessità di plasmare una vera e propria egemonia politica, e non solo militare, creando un preciso simbolismo culturale e ideologico. L’arte e i monumenti, ricorda Cardini, avrebbero dovuto nell’ottica di Timur farne “la sua Baghdad, la sua Pechino, la sua Costantinopoli”. Al centro della Samarcanda di Timur vi era il Registan, “la Piazza della Sabbia dei Mercanti”, al cui centro sorgeva un grande bazar che era cuore pulsante dei mercati e dei traffici nella città. A cui si aggiungeva la Moschea di Bibi Khanum, intitolata alla moglie mongola di Timur, le cui maestose cupole turchesi sono il simbolo della città oggi Patrimonio mondiale Unesco, la cui edificazione fu il voto di Timur dopo i successi della campagna indiana del 1398. Ulugh Beg, nipote di Tamerlano, proseguì l’ampliamento della città, vi costruì un maestoso osservatorio astronomico, simbolo della fiducia nella “scienza e nell’osservazione diretta” che, osserva Cardini “nell’Europa di alcuni decenni più tardi avrebbe aperto sia pur con ostacoli la porta alla Modernità”.

Samarcanda capitale imperiale, Samarcanda rotta delle carovane, Samarcanda cuore pulsante della scienza e della cultura islamica del tardo Medioevo. Tutto questo si basava su una necessaria contingenza di ordine geografico: permettere alle terre dell’Asia centrale a Est del Mar Caspio di essere un crocevia, un ponte tra popoli, una rotta di scambi economici e culturali. Equilibrio situazionista su cui una città nel pieno della steppa ha plasmato le sue fortune. Alla cui rottura, sulla scia della disgregazione dell’eredità dell’impero di Timur, della graduale introversione della Cina, del ritorno in auge della potenza turca tra mondo islamico e Mediterraneo e dell’epopea coloniale europea, seguirono i secoli del declino, l’ascesa di città rivali come Bukhara e Khiva, il graduale scollegamento dalle grandi rotte del potere globale.

Samarcanda aveva però acquisito un fascino eterno, il suo nome evocava il “sogno color turchese” delle sue cupole che nei secoli avevano accolto pellegrini, mercanti, guerrieri. E con tale riverenza fu trattata da inglesi e russi ai tempi del “Grande Gioco” e, in seguito, dai fautori della nuova patria uzbeka. Entrambi interessati alla città quando le aree circostanti sono tornate centrali nella partita a scacchi per il dominio dei traffici a cavallo dell’Eurasia. Ieri sulla scia della rivalità anglo-russa, oggi sul fronte sempre più caldo del “Grande Medio Oriente” e dell’Asia Centrale su cui si snodano le rotte della “Nuova via della seta”. La storia di Samarcanda ritorna, come ponte tra Oriente e Occidente. E la sua storia insegna molto sulla complessità di tale relazione.

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