I 40 anni di Solidarnosc

Quaranta anni fa, a metà agosto, cominciò la ribellione degli operai polacchi nei cantieri navali di Danzica. Come conseguenza di quegli scioperi, nel giro di nove anni cadde l'intero regime comunista sovietico, evento che siamo abituati a connettere con la spettacolare demolizione del muro di Berlino nell'ottobre del 1989.

Quaranta anni fa, a metà agosto, cominciò la ribellione degli operai polacchi nei cantieri navali di Danzica. Come conseguenza di quegli scioperi, nel giro di nove anni cadde l'intero regime comunista sovietico, evento che siamo abituati a connettere con la spettacolare demolizione del muro di Berlino nell'ottobre del 1989, una demolizione già annunziata da Michail Gorbaciov, l'ultimo segretario del Partito comunista sovietico, dopo l'invito amichevole e perentorio del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan: «Signor Gorbaciov, butti giù quel muro».
Ma quando, dieci anni dopo la caduta del muro, dunque nel 1999, celebrammo a Roma quell'evento con un grande convegno internazionale di cui io fui il coordinatore e il chairman, uno degli invitati mi venne incontro davanti al bar della sala convegni urlando e strepitando. Era Lech Walesa. Lech Walesa - il cui cognome si dovrebbe pronunciare Vauensa - era l'elettricista che aveva guidato gli scioperi di Danzica di cui ricorre adesso il quarantennale e che guidò il sindacato generato da quella magnifica, generosa e delirante stagione che si chiamava Solidarnosc, Solidarietà. Walesa era furioso quando mi vide e mi affrontò con tale precipitazione che per un attimo pensai volesse schiaffeggiarmi. Parlava soltanto polacco ma traduceva tutto una sua timida e veloce assistente che cercava di tenergli dietro: «Ma che idea vi è saltata in testa di celebrare il muro di Berlino come causa della caduta del regime sovietico? Ma siete pazzi? L'impero sovietico l'abbiamo fatto cadere noi polacchi con il sindacato e con papa Wojtyla. Siamo stati noi ad occupare la Polonia, noi a far cadere il castello di carte della macchina da guerra sovietica. Il muro di Berlino è stato solo una sceneggiata per gli uffici stampa».
Walesa aveva ragione, ma nessuno oserà mai mettere in discussione la vulgata secondo cui un vento di libertà un giorno abbatté il muro di Berlino e di colpo, come nella fiaba della Bella addormentata nel bosco, tutti i popoli dell'Est si ritrovarono liberi. Le cose non andarono così e per comprendere la portata di quel che cominciò a Danzica quaranta anni fa con i primi scioperi, e i primi arresti, fra cui quello di Walesa che entrava e usciva di prigione e che poi, dopo il ritorno alla libertà, è stato il primo Presidente della Polonia democratica, provo a fornire un paio di chiavi di lettura utili per capire la portata di quegli eventi.
Chi vuole può acquistare on line la raccolta dei verbali delle riunioni del Patto di Varsavia (la «Nato sovietica») durante quasi mezzo secolo e può vedere che ogni sessione trattava lo stesso tema: di fronte alla minaccia di una aggressione occidentale, le forze del Patto di Varsavia lancino un attacco preventivo che vada a sigillare le coste atlantiche partendo dalla Polonia, che era la piazza d'armi del Patto. Chi ha seguito gli eventi di quegli anni sa anche che l'Unione Sovietica è andata in bancarotta per aver speso ogni risorsa nel fabbricare armamenti, perdendo di fronte all'impossibilità di varare un piano militare tecnologico che potesse competere con quello occidentale. Ma finché il piano dell'attacco preventivo fu attuale, cioè fino a Gorbaciov (che ne mostrò i piani al presidente Cossiga il quale mi raccontava ogni dettaglio), la Polonia non era un semplice «Stato satellite». Era la base di lancio della possibile guerra. Per questo l'elezione del papa polacco Karol Wojtyla fu presa malissimo al Cremlino non per motivi religiosi, ma per la possibilità che l'ex arcivescovo di Cracovia aveva di controllare il territorio polacco attraverso una grande organizzazione operaia cattolica.
E anche qui: bisogna aver conosciuto la Polonia di allora per avere idea di che cosa volesse dire una organizzazione operaia cattolica. Gli operai cattolici in tuta blu li vidi tutti i giorni tornare dalle miniere e dalle fabbriche e andare in chiesa per fare la comunione. Era incredibile. Noi italiani non abbiamo la più pallida idea di che cosa significhi un Paese cattolico come la Polonia e, in modo diverso, l'Irlanda. Non per caso il Politburo del Pcus approvò un documento riservato in cui si suggeriva di prendere nei confronti del papa polacco, se necessario, «misure attive»: un eufemismo per indicare l'uso della forza. Quel documento fu firmato anche da Michail Gorbaciov, cosa che prova il valore strategico che le novità provenienti dalla Polonia assumevano. Si trattava di una vera catena di comando: Karol Wojtyla da Roma guidava, non solo spiritualmente, la grande massa degli operai cattolici che si era riunita sotto le bandiere di Solidarnosc. Alla testa di Solidarnosc c'era un uomo legatissimo al papa da antica amicizia, ed era Lech Walesa che già nel 1970 si era fatto un anno di carcere per aver organizzato manifestazioni di dissenso sindacale contro i comunisti polacchi, che rispondevano direttamente a Mosca.
Le manifestazioni operaie di Danzica scossero fortemente l'establishment sovietico e a Mosca si cominciò a ragionare seriamente sull'ipotesi di usare a Varsavia la stessa mano pesante usata in Ungheria nel 1956 e a Praga nel 1968. L'invasione era nell'ordine delle possibilità. Nel 1981 le «misure attive» contro il papa polacco diventarono attivissime proprio in risposta alla destabilizzazione del regime a causa delle manifestazioni di Danzica, quando un gruppo di sicari guidati dal capo dei servizi segreti bulgari Antonov (che con un expertise della Commissione Mitrokhin fu riconosciuto nell'uomo con baffi e occhiali in piazza San Pietro), tentò di uccidere il Papa usando come sicario Ali Agca.
Nel 1980 Walesa aveva perso il suo lavoro, cacciato da tutte le aziende di Stato proprio perché considerato un pericolo pubblico, pedinato e intercettato ovunque si trovasse, ma protetto dalla grande massa degli operai cattolici. Gli operai strapparono una vittoria nei cantieri «Lenin» ottenendo per iscritto la garanzia del diritto di scioperare. Nel dicembre del 1981, quando in Polonia era data per certa un'invasione «fraterna» sovietica, il generale Jaruzelski fece un suo auto-colpo di Stato, per mettere in sicurezza il Paese garantendo a Mosca un regime in grado di fronteggiare la rivoluzione sindacale guidata da Wojtyla attraverso Walesa.
Gli scioperi allora dilagarono in tutta la Polonia e si creò una situazione di stallo che attirò l'attenzione di tutto il mondo cattolico e delle democrazie. Solidarnosc, malgrado arresti e repressioni, aveva vinto e aveva conquistato per sempre il controllo territoriale del Paese, strappandolo ai militari che non riuscivano più a programmare manovre che permettessero di usare la Polonia come trampolino di lancio per un blitz sognato per decenni e ormai inattuabile. Danzica aveva vinto e per la liberazione sarebbero stati necessari ancora pochi anni, mentre l'impero sovietico in Europa entrava nella crisi finale. Troppo costoso per non aver alcun valore strategico, era ora di studiare un exit plan a Mosca, e fu la caduta del Muro. Ma aveva ragione Walesa: il vero muro l'avevano abbattuto i polacchi.

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