Ivo Andric, la vita ordinaria di un uomo "assente" (che si riscatta con la scrittura)

Esce in Italia un romanzo a oggi inedito del premio Nobel jugoslavo che non prese posizione tra le due guerre

Ritratto di Dariush Radpour

Dall'estate del 1941 Ivo Andric (Travnik, 1892 Belgrado, 1975) vive a Belgrado nel suo appartamento di via Prizrenska nel borgo vecchio, circondato da mobili e tappeti bosniaci che il figlio del suo maestro elementare ha trasportato su un vecchio camion da Viegrad, l'amata città del romanzo Il Ponte sulla Drina. Dalla scrivania che guarda la stazione ferroviaria osserva la sua vita. È un diplomatico autorecluso, uno jugoslavo privilegiato e uno scrittore tormentato dal senso di colpa. Si sente responsabile di tutto ciò che ha fatto e non ha fatto. Era ambasciatore del Regno di Jugoslavia a Berlino, ha dato la mano a Hitler «freddo ma cordiale» tenendo per sé quelle considerazioni, scritte solo a conflitto terminato, sulla Germania «che non ha trovato il suo posto nel mondo e, cercandolo, tenta di scalzare tutti gli altri popoli dal luogo che occupano». Con la guerra (non dichiarata) alla Jugoslavia il 6 aprile del 1941, a tutto il personale dell'ambasciata viene concesso di lasciare Berlino e di riparare in Svizzera, ma una volta arrivati a Costanza il solo Andric è autorizzato a proseguire, lui rifiuta l'offerta e quando sono a destinazione, a Belgrado, 14 dei 15 diplomatici sono caricati su un altro treno e rispediti in Germania, processati e rinchiusi in un lager. Moriranno tutti.

Andric vivrà come un monaco nella cella di via Prizrenska fino alla liberazione, appagato di star lontano dall'insopportabile razza umana e di osservarla sotto le bombe dalla finestra «miniature di persone e di destini» - ma ossessionato anche dall'incapacità di agire. Non collabora, ma non resiste. È un «assente», come quando si presentano alla porta due emissari del ministero della Cultura per fargli sottoscrivere un appello al popolo serbo contro i comunisti: «Il signor Andricnon è in casa», disse. «Ma come - replicò uno dei funzionari - lei è il signor Andric!». «Appunto, riferite al ministero che il signor Andric ha detto di non essere in casa». In questa assenza scrive La vita di Isidor Katanic, finora inedito in Italia e ora pubblicato dalla friulana Bottega Errante Edizioni, una storia di potente scrittura realista e di sottile autocritica (tanto che c'è chi nel protagonista ha visto l'anagramma di «isti kao Andri», «identico ad Andri»), perché è quella d'un uomo che sembra accettare tutto ciò che capita alla sua vita e alla sua Belgrado, aspettando una soluzione e forse inseguendo un «pusillanime oblio». Ma l'anonimo calligrafo all'Ufficio delle onorificenze reali, prigioniero d'un matrimonio disgraziato con Margita, detta il Cobra, donna dagli occhi avidi, sospettosi e che non ridono mai (personaggio micidiale, pura character assassination), orfano di talenti mai germogliati e rassegnato alla malasorte, assiste sotto i bombardamenti alla sua metamorfosi. Fino a vivere una prima vera giovinezza quando mette la sua calligrafia al servizio dell'azione clandestina di alcuni ragazzi comunisti. Dalla sua finestra sulla Belgrado devastata Andric, attraverso gli occhi del suo inviato Isidor Katanic, non manca di profetizzare una volta ancora come anche questa guerra aprirà il vaso delle divisioni etniche e ideologiche e quindi disperderà i germi di nuovi odii e conflitti. Il riscatto dello scrittore si ferma però qui, perché il libro, soprattutto nel finale, in perfetta epica realsocialista, sembra compiacere la retorica della nuova Jugoslavia per accattivarsi i favori del potere titino. Nel 1954, alla cerimonia della sua adesione alla Lega dei comunisti, il suo amico Alexandar Vuco dirà che Andricè «un serbo che si è comportato correttamente durante l'occupazione tedesca evitando non solo di collaborare con il regime, ma non avendo neppure alcun contatto con i nazisti». Nel 1961 riceverà un meritato Nobel, il primo di uno scrittore serbo, anche se autoproclamatosi tale perché Andric era un croato cattolico cresciuto in Bosnia. Era quella una Serbia con l'ideologia in regola, nessuno nel mondo sollevò polemiche all'assegnazione. Diversamente da quel che è accaduto con il secondo Nobel «serbo». Ma l'austriaco Peter Handke chiese la cittadinanza a Belgrado negli anni Novanta, quando era nazionalista e reietta.

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