Leggi e tasse inique producono criminali Parola di liberale

E siste un rapporto diretto fra la criminalità (o, per lo meno, di una sua parte) e l'abuso del potere politico? Secondo Thomas Hodgskin (1787-1869), di cui Liberilibri pubblica ora due appassionate conferenze pronunciate a Londra nel 1857 - Crimine e Potere. Due lezioni londinesi , a cura di Alberto Mingardi, pp. LXXIV-126, euro 16 - la risposta è affermativa. Hodgskin, esponente della tradizione liberale britannica che va da John Locke ad Adam Smith, afferma che il potere politico, se travalica dai suoi compiti primari volti a garantire per tutti i cittadini i diritti naturali di salvaguardia della vita, della libertà e della proprietà, produce uno squilibrio sociale, causando conflitti e prevaricazioni non esistenti allo «stato di natura». E ciò avviene perché i governanti impongono tasse e leggi soprattutto a esclusiva tutela dei propri interessi. In tal modo viene meno il rispetto per la proprietà altrui, e le classi povere, educate dall'esempio delle classi elevate, vengono indotte a credere che i beni possano essere depredati. Il governo, secondo Hodgskin, «nel prendere da un singolo contribuente senza consenso un solo mezzo scellino per un qualsiasi altro scopo di fuori del chiaro dovere (di difendere questi diritti naturali, ndr) dà un esempio di predazione della proprietà e diventa un agente attivo nella promozione del crimine».

Come scrive Alberto Mingardi nella sua bella introduzione, l'economista inglese era convinto che il miglioramento sociale non si potesse ottenere per via legislativa, né fosse possibile redimere i criminali con pene più dure e punizioni più crudeli. Solo il libero e spontaneo mutamento dell'opinione pubblica, considerata ultimo giudice dei governi, unico arbitro efficace delle questioni sociali e vero motore del cambiamento politico, poteva costituire il rimedio per la diminuzione della criminalità. Specificava infatti con ottimismo illuministico: «non abbiamo bisogno di più magistrati, di più polizia, di più cappellani, tutta gente che ha un interesse professionale nel fraintendere la natura e propagare l'errore».

Poiché la storia insegna che gli uomini sono sempre responsabili delle proprie azioni, è necessario dar corso alle loro propensioni, dato che nessun potere politico è in grado di rendere gli individui socialmente più coscienziosi e altruisti. Hodgskin riassume queste propensioni ricordando che «la gente desidera più cibo, più vestiti, più comodità, più lussi, più divertimenti, più vacanze, più libri, più tempo libero, più attività intellettuale e meno attività corporali»; inclinazioni, tutte, che possono essere soddisfatte solo «da più libertà e meno tassazione». Il che comporta il libero scambio dei beni, l'eliminazione di ogni potere monopolistico e la cessazione dell'interferenza statale nella vita economica. La concorrenza senza restrizioni, egli afferma, «dev'essere la regola per tutte le nostre transazioni». In quanto azione mutua e libera, essa dovrebbe costituire il criterio con cui regolare gli stipendi dei funzionari pubblici, «così come avviene per i profitti del negoziante e per i salari del lavoratore».

E con ciò siamo abissalmente lontani da ogni concezione e da ogni programma di Stato etico o di società etica, secondo cui i cittadini devono invece essere educati e indirizzati seguendo direttive superiori trascendenti tali «prosaicità» borghesi.

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