Litigi, vizi e letteratura. Tutto Bukowski bicchiere per bicchiere

Le difficoltà del film "Barfly", l'ozio come stile di vita, il disprezzo per le feste comandate: tutti i segreti di un (geniale) ubriacone

Litigi, vizi e letteratura. Tutto Bukowski bicchiere per bicchiere

«Carino, ma a chi importa di quel che accade a un ubriaco?», scrisse l'ennesima produzione rigettando per l'ennesima volta la sceneggiatura di Barfly, inno a se stesso scritto da Charles Bukowski nel 1979, in cui si racconta diventando il suo alter ego Henry «Hank» Chinaski. Dipende: se quell'ubriaco è Bukowski e se il soggetto l'ha commissionato il regista francese Barbet Schroeder per 20mila dollari, ci possono volere anche sei anni per trovare un produttore. Poi ci si imbatte in uno come Sean Penn, che di Bukowski diventa amico vero, e lui si offre di fare il protagonista per un dollaro. Che colpo, si potrebbe dire. Niente affatto. Perché anche Sean Penn ha le proprie esigenze: lavorare gratis va bene, ma a patto che a dirigere ci sia Dennis Hopper, che di derelitti se ne intende. Non se ne parla di mollare Schroeder, dice Bukowski. E al posto di Sean Penn entra Mickey Rourke: è il 1987, otto anni dopo la stesura originale, e il film si fa, prodotto da Coppola. Erano gli anni in cui il nome di Bukowski compariva regolarmente nelle colonne del gossip: cenava con Norman Mailer, portava Sean Penn alle corse e riceveva visite da Madonna: «Si può sapere perché Madonna viene a trovarti, Hank?» gli chiedeva il vicino di casa. A Rourke, comunque, figlio di un alcolista, le scelte etiliche di Hank non vanno giù: «Sono fatti suoi, ma non si aspetti rispetto da me». «Persino i drogati hanno più successo» replica Bukowski. «Chi beve non viene nemmeno riconosciuto come essere umano». Quella di Hank e Sean e Mickey è solo una delle tante storie contenute in Il sole bacia i belli. Interviste, incontri, insulti (Feltrinelli, pagg. 272, euro 18, trad. di Simona Vinciani, in libreria dal 26 febbraio), che arriva in Italia a vent'anni esatti dalla morte di Bukowski e si rivela uno strepitoso compendio, messo insieme da David Stephen Calonne (biografo, oltre che di Hank, di Saroyan, Henry Miller, D.H. Lawrence), dei migliori pezzi giornalistici mai scritti sull'americano di Andernach che ha fatto dell'autofiction un esercizio mitologico. Che ci sarà mai stato di altro da raccontare nelle interviste che già non ci fosse nei libri restava un mistero, che questo libro - l'edizione americana è ricca anche di disegni autografi - scioglie con gusto e una ordinaria follia sempre molto divertita. C'è davvero molto divertimento negli incontri dei giornalisti (e della sua «Hollywood»: tra le chicche l'intervista di Sean Penn) con l'autore di Panino al prosciutto: Hank sembra incapace di rispondere a più di un paio di domande consecutive senza infilare una battuta. A Sean Penn racconta dell'avventura in cui può trasformarsi la lettura di Viaggio al termine della notte se hai a portata di mano una scatola di cracker Ritz e quando si parla di veri boxeur non può evitare di mettere in lista il migliore, cioè il suo gatto Beeker: «È un combattente. Il più delle volte si fa conciare male, ma ne esce sempre vincitore. Gli ho insegnato tutto io, sapete... Su il sinistro e incastralo col destro».

Si parla di gatti e di musica alla radio, di quale sia il senso dello stare sdraiati tutto il giorno e poi per più giorni e di non fare assolutamente niente di niente, di come si va a caccia del conflitto nelle immagini (le dita che sanguinano e suonano il piano) e nelle metafore, dei piccoli incommensurabili segreti per accendere il meccanismo del genio letterario: «Posso starmene seduto qui, a pensare alle rose e alla Cristianità e a Platone e quel genere di cose. Non mi farebbe bene per niente. Se però me ne vado fuori a guidare in pista, mi faccio frullare un po' e poi torno, allora comincio a scrivere. È uno stimolo». Eppure, come è chiaro anche da Shakespeare non l'ha mai fatto, il resoconto del 1979 del viaggio che fece in Europa con la compagna Linda Lee, Bukowski detestava le orge di domande, le altrettanto orgiastiche risposte e le sterili «liste» che creano attorno a un personaggio: «No. Sì. No. No. Mi piace Thomas Carlyle, Madame Butterfly e il succo d'arancia con le pellicine schiacciate dentro. Le radio rosse, gli autolavaggi e i pacchetti schiacciati di sigarette e Carson McCullers. NO. NO. NO. Naturalmente sì». Nella conversazione con Barbet Schroeder, dopo aver snocciolato un'altra lista di deprecabili ordinarietà esistenziali - dalle 8 alle 5, Johnny Carson, Tanti auguri a te, Natale, Capodanno: «Per me sono le più vomitevoli tra le cose disgustose» - chiarisce il punto: «Sono seduto qui a bere vino e a parlare di me solo perché voi fate domande e non perché io do le risposte, mi sono spiegato?». Una serie di citazioni da sottolineare, soprattutto per l'alto tasso di coerenza tra dire e fare: dall'ultima poesia tra quelle scritte (Nessuno può salvarti tranne te) all'ultima intervista rilasciata sette mesi prima di morire, a bordo piscina, nell'agosto del 1993 a San Pedro al giornalista tedesco Freyermuth. Fino alla prima, che apre il volume, rilasciata nel 1963 al Chicago Literary Times, dalla sua stanzetta senz'acqua calda nel cuore di Hollywood, quando era già una leggenda metropolitana ma nessuno ci aveva mai parlato, e anzi molti sostenevano che le sue poesie fossero state scritte da una «vecchia scorbutica dall'ascella cespugliosa»: «Molti critici hanno osservato che il suo lavoro è puramente autobiografico. Che cosa ha da dire in proposito?». «Quasi tutto quel che ho scritto lo è. 99 cose su 100, se ne ho scritte cento. Quella che non lo è, l'ho sognata: non sono mai stato nel Congo belga».

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