L'ultimo femminiello di Napoli

La sua storia è raccontata in "Discovering Tarantina", un progetto del visual reporter Vincenzo Metodo che, partendo dal suo incontro con la Tarantina, ne scava il passato e il presente, mettendo in luce i dettagli di una vita straordinaria, vissuta in bilico tra dolore e bellezza

"All'anagrafe sono Carmelo Cosma, ma qui a Napoli mi hanno sempre chiamata la Tarantina". 84 anni e capelli biondissimi, la Tarantina prepara il caffè nel suo vascio, una casa a pianterreno nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

"Questa era la casa che usavo solo per prostituirmi, ma oggi è l’unica che mi resta". Quando il caffè è pronto, mette la moka all’ingresso e lascia la porta aperta: chiunque, passando, può fermarsi e versarsi una tazzina. Poi si siede sul letto. Dietro di lei, tra le ante aperte dell’armadio, un’infinità di vestiti colorati.

Nata nel 1936 ad Avetrana, un piccolo paesino pugliese, la Tarantina fu buttata fuori di casa a nove anni a causa dei suoi atteggiamenti considerati troppo femminili. "Ad Avetrana venivo maltrattata. Mi picchiavano e abusavano di me. Anche il prete mi molestò dopo avermi invitato in sacrestia. Vivevo in strada, sopravvivevo grazie a piccoli furti. Tentai anche il suicidio. Scappai a Taranto dove conobbi un marinaio. Fu uno dei pochi a non volermi mai toccare, a non farmi del male. Mi parlava di Napoli, descrivendomela come un posto dove tutto poteva succedere. Ci arrivai dopo un estenuante viaggio che durò due giorni. La città era ancora semidistrutta dalla guerra, ma a me sembrò il posto più bello del mondo. Fui adottata da una prostituta. Lei mi dava vitto e alloggio e io, in cambio, pulivo le stanze, rifacevo i letti, portavo asciugamani agli uomini che facevano l’amore con lei. Questo almeno finché, più o meno a undici anni, non iniziai a prostituirmi anche io”.

La Tarantina parla di sé quasi sempre al femminile, a volte lo fa al maschile nel raccontare della sua infanzia. Quando le si chiede se si definisce gay, transgender o travestito, quasi si offende: “Sono un femminiello e basta. Anzi, sono l’ultimo femminiello rimasto”. La parola femminiello viene oggi usata in dialetto napoletano per definire, in senso dispregiativo o ironico, un omosessuale o una transessuale. In realtà, è una parola che affonda le radici nel folklore partenopeo, nella sua tradizione letteraria, teatrale e religiosa.

Per tradizione è il femminiello che tira i numeri della Tombola ed è a lui che si fa tenere in braccio un neonato perché gli trasmetta energie positive. Inoltre, sono gli uomini che “vivono e sentono come donne” ad andare in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Montevergine, vicino Avellino, ogni 2 febbraio. Una figura che oggi rischia di smarrirsi nel più ampio mondo Lgbtq, facendo perdere le sue peculiarità. Per questo è nata l’Afan, Associazione Femmenell Antiche Napoletane, che vuole preservarne la memoria storica.

A tredici anni è la volta di Roma. Alberto Moravia, Pierpaolo Pasolini, Federico Fellini: sono solo alcune delle persone che la Tarantina incontrò quando si trasferì nella capitale, diventando anche lei una protagonista inconsapevole della dolce vita.

“Un giorno, mentre camminavo, un uomo mi invitò a salire in auto. Non volle toccarmi, si limitò ad ascoltare la mia storia. Da quella volta, ogni sera, veniva a portarmi del cibo mentre io mi prostituivo, in cambio voleva solo le mie parole. Scoprii molto tempo dopo che si trattava dello scrittore Goffredo Parise. Per me fu un amico, un padre, un angelo custode. A Roma ero molto famosa per il mio aspetto ambiguo. In breve tempo divenni una celebrità. La pittrice Novella Parigini mi volle come modella per i suoi quadri. Conobbi Anita Ekberg e anche Brigitte Bardot che mi invitò nella sua villa in Costa Azzurra. ‘Non è possibile che tu sia uomo’ mi diceva Fellini. Allora un giorno, durante una festa, lo portai in una stanza e gli feci vedere il mio pene. Pasolini parlava poco ma ascoltava ogni tua parola. Che uomo affascinante! Tantissime donne erano innamorate di lui! ‘Resta qui, ti apro un negozio di pezze americane’ mi diceva Goffredo. Ma io preferii tornare a Napoli”.

Tornata all’ombra del Vesuvio, però, la sua vita non è sempre stata semplice. Più volte la Tarantina è stata arrestata per multe non pagate per travestitismo e atti osceni. In carcere conobbe anche Cutolo ed era dietro le sbarre nel 1980 quando, approfittando del terremoto, ci fu un regolamento di conti tra bande rivali con risse, rivolte e morti.

"Ho assistito a scene di sangue terribili, ma non è stata l’unica volta in cui ho rischiato di morire. Rischiavo la vita ogni volta che uscivo di casa vestita da donna. A me non importava. Spero di essere riuscita a cambiare qualcosa e mi auguro che oggi le famiglie non abbandonino più i figli solo perché diversi”.

Poi, negli ultimi decenni, la riscoperta della sua figura: documentari e libri su di lei, spettacoli teatrali e anche un murales a lei dedicato, nel quartiere di Montecalvario. Le sue iconiche labbra rosse sui muri di Napoli insieme ai murales che raffigurano Totò, Sophia Loren, Maradona.

Qualcuno lo imbratta, ci scrive sopra "Questa non è Napoli". Ma lei è "più napoletana dei razzisti", come dichiara in quell'occasione, e la scritta presto viene cancellata. Il murales torna a splendere.

Della sua famiglia, lei non ha rivisto o sentito più nessuno se non una sorella, oggi ancora in vita e ultracentenaria. “Ho chiesto di parlare a mio fratello mentre era sul letto di morte, ma lui non ha voluto. I miei genitori non li ho visti mai più. Una volta, tornata ad Avetrana, sono andata al cimitero. Ho lasciato un fiore sulla loro tomba, ho baciato le loro foto”.

Ad Avetrana la Tarantina è tornata anche questa estate, dopo moltissimi anni. Ha messo piede nel centro estetico che oggi sorge dove c’era casa sua. Poi, poco lontano, un punto sul marciapiede dove ricordava di aver passato le notti quando non aveva più un tetto. “Era questo! Era questo il posto!”.

Quasi in segno di riscatto per le violenze subite, la città ha voluto offrirle un premio ed è stata organizzata una serata in suo onore. Qualcuno, simbolicamente, le ha offerto le chiavi della propria abitazione. Lei, microfono in mano, ha detto poche parole: “Era questo il bene che mi mancava”.

La Tarantina si alza dal letto. Le sue vecchie foto sono sparse sul letto: lei le raccoglie, le sistema con cura nei cassetti. “La mia vita è stata dolorosa ma anche straordinaria”. Si avvicina alla moka lasciata all’ingresso. “C’è un’ultima goccia di caffè. Prima di andar via, bevetelo, così ne preparo altro per tutti quelli che passeranno a trovarmi”.

Un documentario su Tarantina

La sua storia è raccontata in Discovering Tarantina, un progetto del visual reporter Vincenzo Metodo che, partendo dal suo incontro con la Tarantina, ne scava il passato e il presente, mettendo in luce i dettagli di una vita straordinaria, vissuta in bilico tra dolore e bellezza. Un documentario che può essere visto interamente su Instagram, sul profilo personale dell’artista bebop_studio, dove il progetto viene pubblicato in episodi. L’infanzia, la dolce vita, ma soprattutto il suo ritorno ad Avetrana, viaggio svolto in estate e al quale Metodo ha preso parte in modo mai invadente. In punta di piedi, accanto al passo mai stanco della protagonista. Entrare in una vita attraverso lo schermo di uno smartphone. Una biografia frammentata in storie Instagram. Schegge di vita a portata di social.

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