Margaret Hamilton, la donna che "portò" l'uomo sulla Luna

L'uomo mise piede sulla Luna grazie alla caparbietà di una donna: Margaret Henfield Hamilton, informatica dell'MIT che salvò la missione Apollo 11 con un algoritmo. Ma sarà una foto virale su Twitter a renderla famosa, più di trent'anni dopo..

Dai bit alle stelle: Margaret Hamilton, la donna che "portò" l'uomo sulla Luna

Forse vi sarete imbattuti, almeno una volta, nella foto in bianco e nero che ritrae una ragazza di altro tempo. Una foto che gira spesso sui social, e viene definita, come dicono i giovani d’oggi, "virale”. Immortala Margaret Henfield Hamilton in piedi, con i suoi occhiali grandi e il sorriso spontaneo, accanto a una pila di voluminosi libroni che la superano in altezza. Sono i codici che hanno salvato dal fallimento la missione dell’Apollo 11.

Quella foto è stata scattata dal fotografo Draper Lab nel 1969 presso l’MIT di Boston, forse la più famosa famosa università di ricerca del mondo, durante la missione Apollo 11. Un ateneo dove quella ragazza del selvaggio West era finita con l’iscriversi quasi per caso, in attesa, più che altro, che il compagno di allora, e futuro marito, si laureasse in giurisprudenza ad Harvard. Nata in un piccolo paese dell’Indiana, Margaret aveva studiato matematica e filosofia all'Earlham College di Richmond, dove conobbe il suo futuro marito, James Hamilton, col quale decise di trasferirsi a Boston. Sebbene i suoi “piani” fossero diversi, accettò un lavoro presso il succitato Massachusetts Institute of Technology mentre suo marito frequentava la Harvard Law School. Iniziando a programmare software che consentissero di avanzare previsioni meteorologiche. Il suo indubbio talento, e la visione radicale quanto innovativa nel campo dei bit, la vide approdare al Lincoln Laboratory del MIT, dove venne coinvolta nel programma SAGE: niente di meno che il primo sistema di difesa aerea messo appunto negli Stati Uniti.

Alla giovane Margaret venne affidato il compito di scrivere i codici che avrebbero portato alla realizzazione di un software per l’identificazione degli aerei nemici. Codici che ebbero successo, perché la condussero all'Instrumentation Laboratory del MIT, che, all’insaputa di molti, forniva le tecnologia aeronautica pionieristiche alla NASA, l’agenzia spaziale statunitense che aveva deciso non soltanto di esplorare la nuova frontiera della Spazio, ma di portare addirittura l’uomo sulla Luna.

L'approccio alla materia di questa genia della Nasa era differente da quello dei suoi colleghi, tanto che sarebbe da accreditare a lei, in effetti, il termine ingegneria del software. "Sono stato attratta sia dall'idea pura che dal fatto che non era mai stato fatto prima”, avrebbe detto quella la nuova signora Hamilton, figura chiave nel team di programmatori al quale era stato affidato il compito di elaborare il software per il sistema di guida del programma Apollo. E che più precisamente avrebbe consentito il corretto volo del modulo lunare e del modulo di comando dell’Apollo 11. Quella del grande passo per l’umanità che farà storia.

Dai bit alle stelle

Considerato il suo approccio radicale e completamente diverso nell’elaborazione dei software, la Hamilton si concentrò in particolar modo sulla rilevazione di eventuali “errori di sistema” e nel recupero delle "informazioni in caso di crash dei computer”. Un passo cruciale che salvò la missione di Armstrong e Aldrin nella loro corsa alla Luna.

Appena prima delle fasi preliminari che avrebbero condotto all’allunaggio, un sistema radar attivato per sbaglio a bordo del modulo mandò i computer in sovraccarico, rischiando di compromettere l’intera missione. Tuttavia, grazie alle previsioni di Margaret - che aveva considerato l’eventualità e sviluppato insieme al suo team un algoritmo in grado di riconoscere, segnalare il sovraccarico e dare priorità ai comandi essenziali scongiurando un reset dell'interso sistema - fu possibile risolvere il problema e portare a termine la missione. Un’accortezza, si racconta, dovuta alla continua presenza di sua figlia Lauren, che spesso era costretta a portare con sé in laboratorio in assenza di qualcuno che potesse badarle. Una volta la piccola spinse un interruttore che aveva causato un problema analogo al sistema. Quando si dice "la marcia in più delle madri lavoratrici".

"I nostri astronauti non hanno avuto molto tempo, ma per fortuna avevano Margaret Hamilton", dirà nel 2016 il presidente Barack Obama, durante la consegna della Medaglia presidenziale della libertà. La più alta onorificenza della quale può essere insignito un civile americano. Medaglia assegnatale per il fondamentale contributo apportato alle missioni Apollo.

"Se il computer non avesse riconosciuto questo problema e non avesse intrapreso un'azione di ripristino, dubito che l'Apollo 11 sarebbe stato lo sbarco sulla luna di successo che è stato", affermò la stessa Hamilton. Che continuò a collaborare con la NASA nelle missioni Skylab e Shuttle, prima di abbandonare la programmazione di viaggi spaziali e fondare, nel 1986, la Hamilton Technologies.

Sebbene sia sempre stata enormemente stimata e riconosciuta nel suo settore quale leggenda e pioniera di una materia assai complessa, la fama di Margaret Hamilton sulla terra arriverà molto tempo dopo l'ottenimento dei suoi maggiori e principali successi in carriera. Ed è strettamente legata all'incontro tra nuove e vecchie tecnologie, ma soprattutto alla volontà delle nuove generazioni di ricordare al mondo la presenza perpetua di quelle donne straordinarie che hanno saputo fare la differenza nel corso del tempo.

Quando qualcuno ritrovò la foto della giovane Margaret Hamilton nascosta dietro ai libri di codici che aveva scritto per il software del programma Apollo - si tenga conto che negli anni '60 i codici di programma veniva “stampati" e che dopo essere stati testati nei simulatori venivano realizzati su circuiti fisici composti da anelli magnetici e cavi di rame - decise di pubblicarla sul neo-nato Twitter per rendere onore alla grande pioniera dell'informatica. Che oggi ha 85 anni, e proprio non si aspettava di diventare l'idolo di milioni di donne per qualcosa che a lei veniva quasi naturale: creare qualcosa come diceva lei, e tenerlo al sicuro dagli imprevisti.

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