L'eroe cristiano che fermò i Turchi

Quando nel 1443 Giovanni Hunyadi, capitano generale ungherese, sconfisse a Nis gli ottomani, Scanderbeg decise di chiamare l'intera Albania alla rivolta

Il mito di Scanderbeg, l'eroe cristiano dell'Albania

Principe, combattente, eroe nazionale: Giorgio Castriota Scanderbeg per l'Albania è una delle personalità più influenti nella storia e nella memoria collettiva della "terra delle aquile". E rappresenta al tempo stesso un'icona per l'Europa intera: oltre un secolo prima della battaglia di Lepanto che vide la flotta cristiana guidata dalla Spagna e da Venezia schiantare, nel 1571, la marina ottomana frenandone l'impeto nel Mediterraneo Scanderbeg chiamò l'Europa a raccolta contro il Gran Turco avanzante verso Occidente e la sua lotta per l’indipendenza di un popolo divenne tanto una campagna per la difesa di quelle radici antiche che il popolo albanese tuttora rivendica, ma anche un vero e proprio scontro tra due culture, due civiltà, due religioni. Infiammando l'intera Europa negli anni in cui la lotta con gli Ottomani dava notizie sempre più altalenanti, con il picco di panico causato dalla caduta di Costantinopoli del 1453.

Scanderbeg era il figlio di un principe vassallo degli Ottomani, Giorgio I Castriota; suo nonno era caduto combattendo nella Battaglia della Piana dei Merli del 15 giugno 1389 in cui le forze cristiane guidate dal principe serbo Lazar Hrebeljanović erano state sconfitte al termine di un duro e crudele combattimento dalle truppe ottomane del sultano Murad I, che vi aveva trovato la morte. La sconfitta della vasta coalizione cristiana comprendente Serbia Moravica e il Regno di Bosnia, il Principato d'Albania, il Regno di Romania, il Secondo Impero bulgaro e i Cavalieri di Rodi aveva visto Giorgio sopravvivere e governare il suo principato come vassallo degli Ottomani. Cristiano di fede, alla prima occasione buona, nel 1406, passò alla tutela della Repubblica di Venezia avviando una lunga e dura campagna per l'autonomia della sua terra, combattendo contro gli ottomani senza sosta dal 1407 al 1430, restandone sconfitto almeno quattro volte, nel 1410, 1416, 1428 e 1430, anno della sua morte. Dopo la quale fu il figlio Giorgio a iniziare a costruire la sua epopea. Costretto alla conversione all'Islam dalle clausole imposte al padre dopo la decisiva Battaglia di Tessalonica del 1430, quando aveva 27 anni, poté godere della formazione al mestiere delle armi dei dominatori ottomani, ne conquistò la benevolenza, fu nominato governatore (subash) della città di Kruja, ottenendo il titolo onorifico di Beg e dando origine all'appellativo con cui Giorgio Castriota sarebbe stato universalmente riconosciuto.

Quando nel 1443 Giovanni Hunyadi, capitano generale ungherese, sconfisse a Nis gli ottomani, Scanderbeg decise che l'ora delle messe in scena era finita; chiamò l'intera Albania alla rivolta, incitò alla cacciata dei Turchi dalle terre della piccola terra montuosa nota per la sua società clanica, i suoi uomini abili alle armi, la complessità dei suoi costumi. Il 2 marzo 1444, giorno in cui Scanderbeg riunì i principi albanesi nella città veneziana di Alessio per costituire la Lega dei Popoli Albanesi, segnò l'inizio di una vera e propria leggenda. Con un esercito che rare volte avrebbe raggiunto numeri superiori alle 10mila unità, ma contando su uomini addestrati, desiderosi di proteggere la libertà della propria terra, attenti conoscitori dell'area di riferimento, adatti a condurre guerriglie e lotte sfiancanti tra le gole e le montagne dell'Albania Scanderbeg avrebbe condotto fino alla morte, avvenuta nel 1468, una lotta per la libertà che emozionò l'Europa intera. "Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi", dichiarò Scanderbeg ai suoi alleati, dopo aver annunciato al sultano Murad II, in una nota, di aver rinnegato la fede maomettana e aver riabbracciato il cristianesimo.

Per l'Impero Ottomano che progettava, e portava a compimento, l'annessione degli ultimi brandelli dell'Impero Bizantino, l'assedio di Costantinopoli, "regina delle città" elevata a capitale turca, il dominio sul Mediterraneo la resistenza albanese divenne una vera e propria spina nel fianco. E lo fu in particolare per Mehmet II Fatih, conquistatore di Costantinopoli. Già nel 1444 Murad II reagì al sommovimento di Scanderbeg inviando contro gli Albanesi un forte esercito guidato da Alì Pascià; lo scontro con le truppe di Scanderbeg, decisamente inferiori numericamente, avvenne il 29 giugno 1444 a Torvjolli: qui i Turchi riportarono una bruciante sconfitta. Non sarebbe stato che l'inizio. Il 1445 e il 1446 videro due nuove armate albanesi, sempre contraddistinte da una superiorità numerica compresa tra 5 a 1 e 10 a 1, duramente battute o messe all'angolo dai resistenti albanesi. Di lì in avanti per i Turchi sarebbe stata una sequela unica di disfatte: Mehmet II, salito al trono imperiale ottomano nel 1451, inaugurò il suo trionfale regno proprio con una fallimentare spedizione in Albania. Negli anni seguenti, Scanderbeg avrebbe vinto le battaglie disputatesi nei Campi dell'Acqua Bianca nel 1457, nei pressi di Ocrida nel 1462, nel prato di Vajkan nel 1465. Scanderbeg ebbe modo di sostenere anche l'alleato Ferrante d'Aragona, re di Napoli, contribuendo con il suo passaggio in Italia a guidare le sue truppe alla vittoria nella Battaglia di Troia del 1462.

Poco prima della morte, Papa Pio II accarezzò, nel 1464, l'idea di sostenere Scanderbeg con una crociata nei Balcani. La sua scomparsa pose fine a questo progetto, ma anno dopo anno ci si rese conto che la resistenza albanese stava rappresentando il vero antemurale contro un dilagare turco verso Nord-Ovest, verso l'Italia e l'Europa centrale. L'anticipazione di Lepanto, che nel 1571 fermò la corsa turca sul Mediterraneo, e della carica di cavalleria di Vienna che nel 1683 ruppe l'assedio ottomano e avviò il lungo riflusso della Sublime Porta fu la lunga guerra di logoramento condotta dall'Albania di Scanderbeg, guerriero cristiano e eroe indipendentista, in una fase in cui i rapporti di forza militari pendevano tutti a vantaggio del Gran Turco.

Papa Callisto III battezzò "Atleta di Cristo" e "Difensore della Fede" il guerriero che era riuscito a unificare i principati albanesi, cattolici e ortodossi, nella resistenza contro gli Ottomani. Scanderbeg era divenuto un vero esperto in agguati e contrattacchi e conosceva a perfezione le debolezze dell'esercito ottomano, impedendo ogni possibile avanzata a Nord in una fase in cui qualsiasi manovra della Sublime Porta avrebbe dovuto trovarsi necessariamente costretta da azioni ostili su due fianchi. Quando la morte colse Scanderbeg nel 1468, a 65 anni, a causa di una febbre malarica, il principe era un simbolo per l'intera Europa. E lo era, in particolare, per quelle comunità di esuli albanesi, in larga parte cristiani, stanziati nel Sud Italia ove Scanderbeg aveva anche combattuto e ove re Ferrante gli aveva concesso i feudi di Monte Sant'Angelo e San Giovanni Rotondo. Il cognome di Scanderbeg, Castriota (anche nella sua versione "Castriotta") è tuttora tra i più diffusi in diverse aree della Puglia, principalmente attorno a Manfredonia; le comunità Arbreshe tuttora resistono e prosperano al Sud Italia; il nostro Paese e l'Albania, la piccola sorella al di là dell'Adriatico, sono intrinsecamente legate nell'era della globalizzazione. E lo sono anche e soprattutto per il filo rosso gettato oltre mezzo millennio fa da Giorgio Castriota Scanderbeg. Un eroe nazionale per il suo popolo. Una figura decisiva, per quanto spesso immeritatamente sottovalutata, per l'Europa del suo tempo.

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