L'ultimo imperatore

Costantino XI fu l'ultimo sovrano di Costantinopoli e a tutti gli effetti l'ultimo imperatore romano. La sua epopea umana è stata contraddistinta da una profonda commistione di eroismo e tragicità.

Costantino XI, l'ultimo "romano": eroismo e tragedia al tramonto di Bisanzio

Costantino XI Paleologo, ultimo imperatore bizantino e dunque ultimo sovrano che si potè fregiare della continuità con la tradizione della Res Publica, è figura al contempo eroica e tragica. Eroica, perché interpretò le virtù militari e civili della romanità al tramonto della pars orientis, di quell'impero di lingua greca e cristianità ortodossa i cui leader mai avevano cessato di definirsi Romanoi anche dopo la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre nel 476. Tragica, perché il suo breve regno, durato dal 1449 al 1453, si concluse con il cataclisma della caduta di Costantinopoli in mano all'Impero ottomano. Evento la cui valenza strategica fu oscurata dal profondo peso simbolico: Costantino ereditò dal fratello e predecessore Giovanni VIII un impero ridotto a una sovranità limitata, schiacciato tra Europa e Asia dai turchi in avanzata, messo all'angolo dalla subalternità economica e commerciale nei confronti delle potenze mediterranee (Venezia e Genova), dilaniato sul piano sociale e religioso dalla divisione del clero e dalle tentazioni di una riconciliazione della Chiesa ortodossa con Roma.

Si trovò a assistere al tramonto definitivo di una storia durata più di mille anni, quella dell'Impero che era stato "scudo di Cristo" in Oriente, faro di civiltà, al tempo stesso affascinante punto di riferimento e rivale implacabile per le corti occidentali. Fernand Braudel avrebbe definito Costantinopoli “una città isolata, un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”, ma l'ultimo dei 182 imperatori succedutisi tra Oriente e Occidente da Augusto in avanti seppe difendere l'onore della tradizione fino all'ultimo.

"Ci sono quattro grandi cause per cui vale la pena di morire: la fede, la patria, la famiglia e il basileus. Ora voi dovete essere pronti a sacrificare la vostra vita per queste cose, come d'altronde anch'io sono pronto al sacrificio della mia stessa vita". Le parole dell'ultimo discorso tenuto da Costantino XI di fronte alla folla e ai militari riuniti a Costantinopoli davanti a Santa Sofia alla vigilia dell'assalto decisivo ottomano, in quel 29 maggio 1453 che sancì la caduta della città, sono entrate nella storia. Così come è entrata nella storia la parabola di un uomo cui la storia impose il grave tributo di essere, suo malgrado, testimone di una disfatta e sua stessa vittima, quando in secoli precedenti il valore guerriero di Costantino avrebbe decisamente potuto trovare sfogo ben più attivo quando l'Impero godeva di migliore salute. Prima di ascendere al trono Costantino XI aveva provato un'ultima, disperata dimostrazione della forza e della capacità militare di Bisanzio guidando le forze della provincia semi-autonoma greca del Despotato di Morea, mettendo più volte in difficoltà gli Ottomani, contrastando anche i sovrani occidentali insediati nelle terre greche: nel 1430, da despota di Morea, Costantino aveva occupato le città di Atene e Tebe, costringendo il duca Neri II Acciaiuoli a riconoscerlo come suo signore e a pagargli tributi annuali, consegnando nuovamente il controllo dell'Attica ai bizantini.

Le scorribande ottomane avrebbero presto depotenziato questi tentativi, giunti fuori tempo massimo. Come Ezio al tramonto della prima Roma, anche Costantino XI era un signore guerriero arrivato troppo tardi per fermare un destino storico ormai scritto: troppa la sproporzione di forze con i turchi, troppi i danni subiti nel corso di due secoli seguiti alla Quarta Crociata sul fronte economico, strategico, commerciale dalle potenze navali d'Occidente, sempre più fragile la base demografica dello Stato, sempre più risicate le sue forze.

Conscio del limitato numero di soldati a sua disposizione, 5.000 bizantini e poco più di 2.000 latini per un totale di 7.000 uomini, che avrebbero dovuto difendere ventidue chilometri di mura da un esercito di 160mila ottomani Costantino XI non volle però cedere alle pressioni del sultano Mehmet II quando, nell'aprile 1453, dopo due anni di preparativi mise sotto assedio la Regina delle Città. Ci fu come un eroismo misto a senso del tragico, come detto, nell'azione politica e militare dell'ultimo Paleologo. Conscio che il suo destino dovesse compiersi, con onore, assieme a quello della città di cui era sovrano. "Affido a voi, al vostro valore, questa splendida e celebre città, patria nostra, regina d'ogni altra", dichiarò Costantino XI ai suoi uomini mentre le icone venivano portate in processione, i genovesi del comandante Giovanni Longo Giustiniani si schierarono, coraggiosamente, a fianco degli alleati-rivali bizantini presidiando la Porta di San Romano, Santa Sofia diventava teatro di cerimonie ecumeniche. Mehmet e il suo esercito avevano sacrificato una quantità notevole di forze, si stima che nell'assedio i morti ottomani siano stati oltre quattro volte le dimensioni dell'intero esercito cristiano (30mila caduti), ma alla lunga la sproporzione delle forze, le spregiudicate tattiche turche fondate sull'utilizzo congiunto dell'assedio via terra e via mare e la presenza di innovative bocche da fuoco ebbero la meglio sulle mura teodosiane e sulla resistenza dei difensori.

Il 29 maggio 1453 si compì il destino di Costantinopoli, finì definitivamente dopo oltre 2200 anni qualsiasi continuità formale con la Res Publica nata sui sette colli di Roma e finita in riva al Bosforo, le truppe ottomane entrarono nella città e Mehmet la trasformò nella capitale del suo impero. Nell'ultima battaglia Costantino XI si immolò, combattendo fino all'ultimo cercando di guidare un disperato contrattacco finale contro i conquistatori. Le cronache riconducono alla zona della Porta Aurea o ai diretti dintorni di Santa Sofia il luogo della morte in battaglia di Costantino. Chi non era vicino a lui in quel momento era il gran logoteta Giorgio Sfranze, fedele compagno del "basileus", che in quel momento era lontano dalla battaglia e che nella sua Cronaca del 1477 scrisse: "Il mio signore e imperatore, di felice memoria, il signore Costantino, cadde ucciso, mentre io mi trovavo in quel momento non vicino a lui, ma in altra parte della città, per ordine suo, per compiervi un'ispezione". Morì armi in pugno, desideroso fino all'ultimo di essere all'altezza dei suoi avi. Consegnando sé stesso e l'Impero alla storia mentre la bandiera turca con la mezzaluna sventolava nella città a breve destinata a essere rinominata a Istanbul. Eroismo e tragedia assieme: Costantino XI riassunse sentimenti contraddittori, ma divenne un'icona di coraggio e amor patrio. Tanto da essere venerato come santo dalla Chiesa ortodossa ed essere poi preso ad esempio da quei guerriglieri greci che nel XIX secolo insorsero contro la Sublime Porta riconquistando la libertà per il loro Paese e infiammando tutta l'Europa. Riportando in vita, nella memoria collettiva, colui che seppe essere interprete dei migliori valori della Res publica nell'ultima ora della romanità.

Commenti