Nella società-spettacolo vince il pensiero light

Una scarica di cazzotti nel ventre del mondo intellettuale. La civiltà dello spettacolo (Einaudi) del Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa è una raccolta di saggi durissima. La tesi è lineare. La (nobile) idea della democratizzazione della cultura, nelle mani di intellettuali demagogici, ha prodotto un mostro: la nostra società, incapace di profondità di pensiero (con le dovute eccezioni, va da sé). La cultura, per sua natura anche elitaria, è diventata sempre più light fino a ridursi al rango di semplice intrattenimento. Con l'aggravante che ogni sciocchezza buttata sul mercato viene presentata come anticonformista fenomeno di rottura: «La letteratura light, così come il cinema light e l'arte light, dà al lettore e allo spettatore la confortevole impressione di essere colto, rivoluzionario, moderno, e di essere all'avanguardia, con uno sforzo intellettuale minimo». Nell'epoca dell'immagine e del digitale, è arrivata l'ora dei saltimbanchi e dei ciarlatani. Scrittori e filosofi si sono condannati all'irrilevanza. I nuovi protagonisti sono i comici: il palcoscenico, incluso quello della politica, è tutto per loro. E noi italiani ne sappiamo qualcosa. Vargas Llosa non risparmia bordate clamorose: «La nostra epoca, in accordo con l'inflessibile pressione della cultura dominante, che privilegia l'ingegno rispetto all'intelligenza, le immagini rispetto alle idee, lo humour rispetto alla gravità, la banalità rispetto alla profondità, non produce più artisti come Ingmar Bergman, Luchino Visconti o Louis Buñuel». Ci dobbiamo dunque accontentare di icone di serie B. Queste, secondo Vargas Llosa: Woody Allen che sta a Orson Welles, come Andy Warhol sta a Van Gogh, come Dario Fo sta a Ibsen.

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