Piani comunisti per epurare la Resistenza

Nel nuovo saggio Giampaolo Pansa ricostruisce la lotta per il potere nelle montagne liguri

Piani comunisti per epurare la Resistenza

Si chiamava Aldo Gastaldi, ma nei suoi venti mesi di guerriglia, dopo l'8 settembre del 1943, era decisamente più conosciuto col suo nome di battaglia: Bisagno.

Nato a Genova nel 1921, era perito industriale e durante il Secondo conflitto era stato arruolato come tenente del Genio. Evidentemente però aveva il talento del combattente da prima linea. Non appena i tedeschi iniziarono ad occupare il Nord Italia salì in montagna, senza un attimo di esitazione e portandosi dietro parte delle armi, abbandonate da altri militari che non seppero resistere al richiamo del «tutti a casa». Rifugiatosi a Cichero nell'entroterra di Chiavari, dove l'aveva sorpreso l'armistizio, nell'inverno tra il '43 e il '44 riuscì a organizzare una piccola e combattiva unità. In breve «Bisagno» divenne un mito. Cattolico praticante aveva uno stile tutto suo nel condurre la lotta contro la Wehrmacht e i militi dell'Rsi. Diceva che il nemico andava combattuto ma non odiato. Ci pensava bene prima di commettere azioni che provocassero rappresaglie. Si rifiutò sempre di creare bande grandi e impreparate, buone soltanto per essere macellate dai tedeschi. Il risultato fu che la Garibaldi-Cichero divenne una vera spina nel fianco dell'occupante. Ma presto la «Divisione» e il suo comandante iniziarono a non essere molto amati anche dai vertici dei partigiani comunisti. Gastaldi continuava a ribadire ai suoi uomini: «Aspettate prima di aderire a un partito. Imparate a ragionare con la vostra testa.

Dopo la guerra deciderete». Iniziò anche a pretendere di levarsi dai piedi i commissari politici, forse anche a pensare di tenersi ben strette le armi, visto la sua pochissima voglia di essere «sovietizzato» a guerra finita. Questi alcuni dei fatti certosinamente raccolti, vagliati e raccontati da Giampaolo Pansa nel suo nuovo libro Uccidete il comandante bianco. Un mistero della Resistenza (Rizzoli, pagg. 294, euro 20) che è in libreria da oggi. Nel testo, di cui in questa pagina per gentile concessione dell'editore presentiamo uno stralcio, Pansa va oltre quello che vi abbiamo riassunto nelle righe sopra. Cerca di capire se il clima di ostracismo e odio che si era formato attorno a Aldo Gastaldi abbia qualche legame con la sua strana e prematura morte avvenuta a Desenzano del Garda il 21 maggio 1945. Ma l'indagine di Pansa va oltre il caso singolo, proseguendo il filone storico di cui il giornalista è maestro.

La vicenda di «Bisagno», medaglia d'oro alla memoria (gli eroi morti non possono più dar fastidio), è infatti emblematica della spaccatura che, durante la Guerra civile, si aprì all'interno della Resistenza tra chi era sostanzialmente un partigiano italiano e chi invece vedeva la Resistenza solo come un prodromo, necessario ma imperfetto, all'instaurazione del comunismo. E per ottenere questo risultato «sovietico» c'era chi era pronto a tutto, anche a uccidere i propri compagni, anche gli eroi che, per primi, erano insorti in difesa dell'Italia contro i tedeschi.

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