Pindaro e Bolt, il mondo in 9 secondi

Qui è il vostro Pindaro di Tebe che vi parla. Guardate il cartellone. Parla la lingua delle cifre, che è quella degli dei: 9.58, primato mondiale per Usain Bolt, sulla distanza classica dei 100 metri piani. Chi mi segue dall’epoca dei miei commenti sportivi da Olimpia, da Delfi e da Corinto, sa che esoterismo e scienze occulte dei numeri sono una delle mie passioni. Nulla è caso. Fate la somma dei dati, e troverete 22, proprio l’età del vincitore, in anni di vita. Non sto a elucubrare che il primo numero è il tre della perfezione moltiplicato per se stesso. O che la somma dei decimi e dei centesimi dà per risultato l’affascinante tredici della magia orfica. Vi ricordo solo che la storia degli uomini non è che perpetuo ciclo. Tutto è già accaduto. Qui a Berlino, 1936, era agosto anche allora, un’altra freccia nera scoccò sulla pista. Si chiamava Jesse Owens. Stessa distanza, stesso metallo: quello che brilla come un sole nel cielo deserto di mezzogiorno, l’oro, che non ha confronto.
Ho lasciato ad altri il compito della telecronaca tecnica. Sono qui con voi per riflettere sul gesto stupendo dell’atleta, sul tempo e sul suo germoglio, la vittoria: voglio incastonarli nella storia del mondo come diamanti indistruttibili in un anello. La volata di Bolt come immagine della storia umana. Solo così potrò onorare degnamente colui che ha trionfato, il campione del mondo. Il metodo è questo: scandirò il mio racconto per istanti. La cronologia ufficiale, i giornali, le statistiche li chiamano «secondi»: ma quella è una parola che nel mio vocabolario non esiste. Io, nella serie dei numeri ordinali, ne ammetto uno solo: primo!
Così comincerò dal primo istante: la genesi. Da lì germoglia la vittoria. Se ne dicono tante sul momento iniziale. C’è chi è convinto che il cosmo sia nato da un gigantesco uovo. Prima era il buio, poi il biancheggiare di un immenso guscio: un lampo di luce! I miei amici orfico-pitagorici battono su questo tasto. Guardate Usain ai blocchi, prima dello scatto. Sì, sembra una creatura compressa in un perfetto ovale di energia. E quando si slancia, sembra giustificare il suo epiteto, Lighting Bolt, «scarica di fulmine», un nome poetico, quasi all’altezza delle mie odi. Altri parlano di sparo. Un gigantesco bang che avrebbe trasformato di colpo il nulla nel tutto, in incredibile, progressiva espansione. Anche questa è un’immagine pertinente. Uno sparo c’è stato, laggiù sulla pista, dalla pistola dello starter, e tutto l’essere di Bolt è passato dall’immobilità alla forza viva. C’è anche chi è convinto che una vera nascita dell’universo non ci sia mai stata, e che la materia, eterna, esista da sempre in forma di caotico pulviscolo. Sono farneticazioni di quei materialisti, «atomisti» si chiamano, che con quel loro caposcuola, Democrito, pensano che tutto sia casuale, che ogni cosa succeda perché manciate di atomi, a turno e alla carlona, si mischiano tra loro. Ma che cosa c’è di casuale in una corsa come quella di Usain? Niente di niente, cari amici. Tutto è perfetto calcolo, passione di perfezione, talento unico.
Ma passiamo al secondo istante. Cielo e terra si sono formati. Ora tocca agli dei: è il loro momento. Usain si solleva dal suolo. Il torso si verticalizza. La fronte è già eretta, orgogliosa. Fende l’aria. È già il primo, il migliore. Lo sguardo oltrepassa la meta. Gli altri sono solo il suo corteggio. Accadde così sui picchi sublimi dell’Olimpo. Molti dei scattarono verso il potere, ma Zeus fu il più rapido. Arrivò primo al trono e allo scettro. Sul suo polso, innalzò l’aquila della vittoria. Sembra che io stia saltando di palo in frasca. Ma non è così. Sto solo facendo qualche «volo pindarico», per mettere bene in chiaro un fatto: tre passi, e Bolt era già sulla vetta del mondo sportivo. Zeus degli atleti.
Terzo istante. Fu quando scesero in campo gli eroi. Possiamo immaginare un eroe che tentenna, rallenta, se la prende comoda? Ricorderò il mio preferito, Ercole. Che combattente! Tante fatiche, un allenarsi senza respiro, e alla fine l’apoteosi. Citerò una sola gara, quella contro la cerva di Cerynea. Come avversaria in pista (era una gara di corsa, tra valli e montagne della Grecia interna, la più aspra e boscosa), la bestia meritava tanto di cappello. Era protetta da Artèmide, la dea ecologista delle creature selvatiche. Uno sponsor che avrebbe fatto paura a chiunque. Poi l’animale aveva zoccoli di rame, indistruttibili, tecnologia all’avanguardia. Ma nulla poté contro Ercole, l’eroe degli stadi, che la inseguì un anno intero, senza mai fermarsi, la superò e la mise nel carniere. Questo dimostra che non sono le scarpette a dare il trionfo, ma il cuore e la mente. Non dovrò certo essere io a rammentarvi la leggenda. Era il 16 agosto del 2008 (altra coincidenza mistica, lo stesso mese e lo stesso giorno del record più recente) quando nella finale olimpica sul rettilineo di Pechino il nostro uomo stracciò la concorrenza, anche se la sua scarpetta sinistra era slacciata! Questo dimostra il teorema: l’eroe adora l’assoluto, non lo scalfiscono le circostanze.
E siamo al quarto istante, quando tra l’umanità che si era appena formata dal fango, dalle rocce e dai diluvi, s’insinuò la competizione, la gara. Ce lo raccontano i poeti e gli storici. La rivalità, tra gli uomini, aveva un duplice volto. Poteva essere malvagia, distruttiva, mortale. La chiamarono guerra. Con le spade e gli scudi, ma non solo: con il denaro, con i sotterfugi, per dominare, guadagnare, essere i primi grazie alla violenza, non alla qualità. Ma la gara poteva essere buona, quando metteva in luce la virtù, la voglia di migliorarsi, di costruire un primato, non di demolire le vite altrui. Così il vasaio gareggiava con il vasaio, su chi inventava forme migliori e decorazioni più audaci. Il poeta sfidava il poeta a trovare il canto più armonioso. E sui campi di gara, l’atleta se la giocava contro l’atleta, per gustare il sapore del limite, e provare a vincere, lealmente. Oggi lo chiamano sport, ai miei tempi era l’«agone», lo sforzo estremo per essere il primo.
Venne il quinto istante: la poesia. Siamo già oltre metà gara: Usain batte coi passi il ritmo del suo canto trionfale, come un poema precipitoso di gloria. Ma senza un artista della parola che trasmetta l’emozione, l’istante si estingue. Posso dire la mia perché in questo campo non ho rivali. Città e fortezze sono cadute in polvere, da quel tempo, ma i nomi degli atleti che io ho celebrato nei miei versi sono immortali. Così sarà di Usain, dal momento che Pindaro di Tebe, in questo momento, lo sta esaltando, lo sta inchiodando nella memoria del mondo.
Eccoci al sesto istante: scocca la scienza. Nessun primato si costruisce senza il sapere. Quella volata sui cento metri è alta matematica, geometria di passi, fisiologia di muscoli e di tendini, l’atleta è ciò che mangia, è il ciclo del riposo e della fatica, nell’addestrarsi al gesto. Bolt è il primo della classe. Non c’è svarione, non c’è la minima sbavatura nel suo assalto gioioso al trionfo. È una scienziato della vittoria. Ma è anche un filosofo.
Ecco il settimo istante: la filosofia. Conoscere se stessi. Approfondire, concentrati, il confine mobile tra quello che si è e quello che si può essere. L’aveva detto, Usain: «Ritoccherò il limite!». E non era vanteria incosciente, ma matura profezia di profeta saggio. In questa fase, l’uomo è sempre più solo. È in testa al gruppo. La velocità delle sue falcate - ma anche del suo ragionamento - sta per toccare l’acme.
E lo raggiunge all’ottavo istante: la vittoria! Noi greci ne abbiamo fatto una dea. L’abbiamo chiamata Nike e le abbiamo dato le ali. Chi ha visto Usain librarsi verso la meta, non ha dubbi. Il suo andare è adesso puro volo.
Nono istante, e qualche briciola: è il tempo dell’arte. Ad Olimpia si scolpivano statue dei vincitori. Nel museo di Delfi, un auriga di bronzo protende ancora il suo mento nell’audacia della vittoria che sta per conquistare, le redini salde nel pugno. Oggi, quelle frazioni di tempo - fotofinish, le chiamano, mi pare - sono illuminate da migliaia di flash: statue di luce, per Bolt! Ma la statua più ardita è quella della sua figura, scolpita nella sua carne. Chi non l’ha visto? Un gesto che imita l’ampio lancio di un dardo. Un buon arciere greco riesce a scagliare dal suo attrezzo altre otto frecce, nel tempo che la prima piomba sibilando sul bersaglio. Nove frecce, quanti - per arrotondamento - gli istanti della corsa planetaria di Usain.
Ancora il nove. Una soglia da poesia pindarica. «Ci sto lavorando», ha profetato il ragazzo Usain Bolt: e ha improvvisato davanti alle telecamere il suo tip tap giamaicano.

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