Tra rischi e opportunità: la vera natura dei social nel romanzo "Muori per me"

Il ruolo dei social network nel libro "Muori per me" (Piemme edizioni, 2021), ultima fatica di Elisabetta Cametti

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È scrivendo romanzi che mi sono resa conto di quanto la realtà possa superare la fantasia. Per essere dei bravi scrittori non sempre serve una fervida immaginazione, ma la capacità di narrare in modo coinvolgente vicende reali. Ancora di più se si tratta di thriller contemporanei, dove bisogna accettare che il tanto apprezzato fiuto di Sherlock Holmes sia stato sostituito dalle indagini dei RIS e sapere riconoscere che ogni nuova rivoluzione tecnologica implica una minaccia grande come la soluzione che propone. In Muori per me la minaccia è rappresentata dai social network.

Facebook, Twitter, Instagram… ci siamo convinti che siano un mezzo per condividere i momenti spensierati della nostra vita: un piatto riuscito bene, un bel vestito, un luogo da sogno. E anche la finestra attraverso cui sbirciare le vite degli altri. Le aziende li utilizzano come vetrina per ottenere maggiore visibilità, per colpire potenziali clienti, per rafforzare la brand identity. Ma forse non ci siamo mai fermati a riflettere su quante persone li usino. Trentacinque milioni solo in Italia. Oltre il 60% della popolazione mondiale. In altre parole, i social network sono la nazione più affollata al mondo. Un bacino inesauribile di utenti, raggiungibile in qualsiasi momento e con la rapidità di un clic. Allora, non sono un semplice spazio di comunicazione. Sono il più grande editore al mondo. Un potentissimo strumento per aggregare contenuti, diffondere notizie, raccogliere fondi. E per dare enfasi alle idee di qualsiasi natura. Politiche in primis.

Mentre ci si chiede quale sia il loro vero ruolo, se sia corretto parlare di quinto potere e se esista la consapevolezza che quel potere è nelle mani di pochi, dato che i social sono proprietà privata e chi controlla gli algoritmi può influenzare i paradigmi economici, politici e sociali del futuro. E mentre ci sorge il dubbio di avere sottovalutato i rischi di questo processo irreversibile, il fenomeno è diventato talmente pervasivo da spingere le persone ad affidare proprio ai social i sogni più intimi. Perché l’attenzione che riceviamo sui nostri profili offusca ciò che siamo nella vita e ci intrappola in una dimensione che non rispecchia la realtà. Così succede alle "cicale", protagoniste del mio romanzo. Ragazze gratificate dall’accumulo di cuoricini e pollici alzati, ammaliate dal fascino dei like a cui consegnano ogni speranza.

Spettatrice delle loro illusioni è Ginevra, una fashion blogger seguita da trenta milioni di follower. Testimone silenziosa di violenze, omicidi, crimini brutali. Finché capisce che i social network sono un’arma formidabile: il mezzo che può infondere forza alla verità. Quello che trasforma il sussurro in un urlo. L’eco in un clamore. Una singola voce in un coro che risuona all’infinito. E li usa per denunciare il sistema di corruzione e comando che forze dell’ordine e giustizia non sono mai riuscite a smascherare. Studia una strategia capace di sopravvivere anche se qualcuno riuscisse a tapparle la bocca. Perché c’è una voce che i soldi e il potere non possono ridurre al silenzio, quella che rimbalza sui social e diventa virale. Una voce che neanche la morte può fermare.

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