Romani vuol fare l'americano E ci riesce col suo primo libro

L'insolito esordio di un italiano che rifiuta il minimalismo e le piccole vicende di provincia. Per raccontare una storia che parte dall'esplosione dello Shuttle

Gli astronauti morti nel disastro dello Shuttle Columbia
Gli astronauti morti nel disastro dello Shuttle Columbia

Per scioccare l'America ci vuole parecchio. E non sono in tanti a poter dire di aver scovato una delle storie che negli ultimi dieci anni l'hanno scioccata di più. Per conoscerla bisognava trovarsi il 2 febbraio 2003 sulla Statale 84 che da Nacogdoches, la città più antica del Texas, porta a Palestine. Ogni dieci miglia si incontrava qualcosa. Pezzi di un guscio metallico gigantesco, perlopiù. Ma anche il tronco mozzato di un essere umano. Un braccio. Una gamba. E, accanto alle reliquie, accrocchi improvvisati di bandiere, croci e candele. Perché i detriti piovuti dal cielo sono i resti dello Shuttle Columbia esploso in volo il giorno prima verso le otto di mattina a una velocità 18 volte quella del suono, con sette astronauti a bordo.
Il giornalista Riccardo Romani c'era. E su quei detriti speciali fece, sul momento, soltanto un articolo per il Corriere della Sera. Poi si fermò lì. Ma senza riuscire a dimenticare quella storia. Eppure era così incredibile da risultare perfetta per un romanzo. Ci ha messo cinque anni a decidere di scriverlo e altri cinque a produrlo: Le cose brutte non esistono (66thand2nd, pagg. 240, euro 15), oltre a riservare altrettante sorprese nel suo svolgimento, non sembra il prodotto tipico dell'attuale panorama degli esordi italiani, spesso ripiegati su storie nostrane e minimali, frutto di scuole di scrittura e poca vita, sempre quella. Sembra un romanzo tradotto. Non per stile, ma per assoluta ricchezza di storie dentro le storie.
Il protagonista, senza nome, è un ragazzo che fugge dalla provincia, ma gli orizzonti sono quelli degli Stati Uniti, ampi spazi, grandi storie, personaggi indimenticabili: l'attrice Morena Zavarin che l'attende al centro dell'America, l'avventuriero Alfonso Duro, la bosniaca Senida che si sposta per il mondo con il figlio di cinque anni in collo, e una malattia straniante e buzzatiana, quell'acufene che tortura la mente del protagonista e che si riflette in uno stream of consciousness anche grafico: una striscia in testa alla pagina.
Romani, all'esordio nella narrativa (mentre ha all'attivo reportage pubblicati in tutto il mondo, il documovie The possibility of Hope, 2007, con Alfonso Cuaron ed è il corrispondente da Londra di Sky Tg24 per cui ha scritto e diretto The Election Game, sul sistema elettorale americano, 2008, e Coca nostra, sul viaggio che la cocaina compie dal Sudamerica fino alle strade italiane, 2011) si schermisce, ma sa di essere un'eccezione: «Anche se non ho titoli per dire che cosa manca alla narrativa italiana, so che gli scrittori dovrebbero fare ricerche. Però anche gli editori dovrebbero avere più coraggio, senza la presunzione totale di sapere a priori che cosa verrà rifiutato dal mercato. Ho rifiutato per anni le proposte di un agente che voleva “qualcosa di più commerciale”».
I personaggi li ha collezionati strada facendo, sporcandosi le mani: Alfonso Duro potrebbe essere un tizio incontrato a Sarajevo nel 1993: «Ma ne esistono dappertutto» commenta. «Basta guardare agli scandali finanziari che hanno travolto l'America e adesso l'Italia, lo stesso Monte dei Paschi: spunta sempre un attore non protagonista, una figura opaca che fa da collante, che trasporta una borsa piena di soldi, che fa il lavoro sporco. La precarietà è un ottimo affare: a Kabul uno strano rumeno faceva arrivare prostitute da Cina e Corea del Sud per tenere alto il morale degli americani. Mi spiego?».
E poi c'è Morena, l'attrice che interpreta un'eroina spaziale e che custodisce il segreto di Alfonso Duro. Esiste sul serio ed è grazie a lei che il romanzo diventa «a chiave»: «Ora è famosa, una celebrity televisiva che è venuta anche in Italia l'anno scorso, per un tour promozionale. Non credo sarebbe felice di sapere che ho raccontato questa storia... Andavo a trovarla quando aveva bisogno di amici in quei posti squallidi in cui girano le serie televisive minori negli Usa, non a Los Angeles, ma in Alabama, in Indiana, in Illinois, in Holiday Inn a un'ora da Chicago che sembrano poster surreali. Affrontava week end allucinanti in mezzo a orde di turisti-fans spesso ubriachi, vestiti come i personaggi del suo show. In America la gente crede “davvero” di essere qualcun altro. Forse è la loro unica salvezza».
E su Saviano, che due anni dopo il suo documentario pubblica un libro sullo stesso tema, la cocaina, che ci dice? «Ha la forza commerciale per esporre traffici e situazioni ignote al pubblico. In passato ho criticato però il Saviano che spazia su tutti i campi della vita e della società, rischiando di dire cose banali perché, siccome è Saviano, tutti vogliono un'opinione da lui. Allora non è più il ragazzo che ha scritto una storia, ma un personaggio. E non si può avere un'opinione su tutto, dal Papa allo spread».

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