Lo scaffale in alto nelle librerie

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come La vaghezza di Elisa Paganini (Carocci, 2008)

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come La vaghezza di Elisa Paganini (Carocci, 2008).

Quando diciamo “più o meno”, senza rendercene conto, facciamo filosofia. Dire “più o meno” significa delimitare con una linea mobile il campo dell’azione o del ragionamento. Significa concedere un assenso condizionato al proprio o all’altrui dire. Significa, anche, “promettere”, cioè proiettare nel futuro un orientamento. Il “più o meno”, dunque, è sì un’indicazione, è sì utile, anzi, addirittura vitale, ma è quello speciale tipo di indicazione (speciale si fa per dire, visto che moltissimo di ciò che diciamo, scriviamo e facciamo è “etichettabile” con il “più o meno”…) che rientra nell’area della “vaghezza”.

E la vaghezza chiama immediatamente in causa il linguaggio, poiché è il linguaggio stesso, oltre a ciò che esso “dice”, a essere strutturalmente vago. Il linguaggio si porta dietro, potremmo dire geneticamente, una tara ereditaria, la difficoltà di essere chiaro fino all’assolutezza, all’inequivocabilità. Come se non bastasse, anche le nostre facoltà di comprensione “scientifica” dei fenomeni spessissimo ci lasciano a piedi, come puntualmente testimonia l’epistemologia. Dunque, non soltanto non riusciamo a dare una risposta precisa a domande del tipo “quanti soldi ha il meno povero tra i poveri?” o “quanti capelli ha il meno calvo tra i calvi”, ma anche la vaghezza è… vaga; anche il concetto di “povero” e di “calvo” possono esser sempre revocati in dubbio. La vaghezza della vaghezza è la vaghezza di ordine superiore, dalla quale è ancor più difficile uscire.

In tale quadro dominato da un’unica certezza, quella dell’incertezza, e dove logica ed epistemologia si mordono la coda a vicenda, la vaghezza filosoficamente intesa non può che essere traslata, in ultima istanza, nella dimensione ontologica.

Insomma: la vaghezza è nel mondo indipendentemente dal nostro linguaggio, dalla nostra conoscenza e dal nostro pensiero. Vi siamo immersi vita natural durante. Non sarà un mezzo gaudio, ma è sicuramente un mal comune. O forse no. 

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