Come spegnere il cervello e sembrare intelligenti

Tra i riti, andare in ferie è il più amato e il più odiato. Guida per i turisti che (non) vogliono farsi riconoscere.

Come spegnere il cervello e sembrare intelligenti

Se c'è una cosa che fin da piccolo mi ha sempre messo angoscia sono le vacanze. Le vacanze in generale, ma soprattutto d'estate. È un problema mio, per carità, ma se avessi un medico compiacente come quello che aveva Michael Jackson io mi fare anestetizzare con il Propofol adesso per risvegliarmi a novembre, per non essere costretto a andare in vacanza con gli amici, o per non essere costretto a vedere le foto di gente in vacanza.
In ogni caso di vacanze ne ho fatte poche, pochissime, giusto quelle che mi imponevano i miei genitori al mare (sempre odiato il mare, la sabbia, il sole, l'appiccicume, il caldo, le creme solari, tutto), e è per questo che ho letto con enorme piacere l'ultimo libro di Giuseppe Culicchia, A Venezia con un piccione in testa (storia tragicomica degli italiani in ferie), edito da Solferino, che è un esilarante ma feroce trattato sugli italiani in vacanza, ma non solo in vacanza. Un'analisi come avrebbe potuto farla un Alberto Arbasino. Comunque sia: «Riconoscere l'italiano in vacanza è piuttosto semplice. Innanzitutto perché è quello che indossa una maglietta con scritta a caratteri cubitali che si suppone divertente perché contiene un doppio senso a carattere sessuale, un paio di pantaloni a pinocchietto, il marsupio e le ciabatte, e poi perché urla al cellulare». Se l'italiano ha un giornale sotto il braccio, è La gazzetta dello Sport.
Gli italiani, osserva Culicchia, partono sempre tutti insieme, diventando «oggetto nei notiziari di dissertazioni bibliche», infatti ogni volta si parla di «esodo» (cui segue un «controesodo»). In genere in auto, perché l'italiano evita i mezzi pubblici: gli aerei sono sempre a rischio di sciopero, i treni sempre in ritardo. Su questi ultimi, tra l'altro, Frecciarossa o Frecciabianca o «regionali veloci» in realtà lentissimi «il sistema che regola le temperature all'interno delle carrozze o non funziona, per cui si muore dal caldo, oppure funziona solo a livelli polari, per cui grazie all'aria condizionata si passa dai quaranta gradi del marciapiede ai meno venti della carrozza».
E cosa dire dei trolley? Li usano tutti, per carità, ma solo gli italiani li usano come arma contundente: «l'italiano con il trolley infatti se ne fotte sempre e comunque, tira dritto trascinandoselo dietro senza badare ai piedi e alle caviglie e alle gambe degli altri bipedi che lo circondano». Menefreghismo che si ritrova anche nell'uso dei bagni pubblici: mentre il bagno di casa viene tenuto benissimo, «per l'italiano non esistendo il concetto di cosa pubblica tale comportamento si eclissa nel momento in cui esce di casa () e dunque getta la carta igienica per terra, non alza la tavoletta se deve urinare in piedi, non tira l'acqua e si guarda bene dall'usare lo spazzolone anche se perfino un cieco potrebbe rendersi conto che è necessario». Così come in spiaggia nasconde tranquillamente il pacchetto di sigarette sotto la sabbia «o pensa bene di imitare certe petroliere al largo e di svuotare gli intestini in acqua».
A tavola? Quanto ha ragione Culicchia, gli italiani sono gli unici che mentre mangiano parlano di cibo: «Gli abitanti del resto del pianeta a tavola mentre mangiano forse parlano dei cambiamenti climatici, o della presidenza americana, o dell'andamento della Borsa. Noi no. Che ne dite di questa carbonara?. Io di mio preferisco la cacio e pepe. Adesso vi svelo il segreto del mio tiramisù». Il rapporto degli italiani con i venditori ambulanti è descritto perfettamente, mia mamma è proprio come nel libro di Culicchia, per esempio: «Quando l'italiano va in vacanza, una delle poche cose che lo rendono felice è poter comprare a poco prezzo dagli innumerevoli ambulanti merce taroccata. Quando poi torna a casa, alla prima occasione va nei negozi delle griffe relative per accertarsi che i capi o gli accessori siano davvero simili, se non identici, all'originale. Se però l'ambulante di turno non offre nulla di interessante ma si limita a rompere i coglioni offrendo mercanzia di bassa qualità, allora ecco che l'italiano invoca l'avvento di Salvini».
In ogni caso nello strepitoso libro di Culicchia troverete questo e molto altro, tenendo conto che, pur viaggiando, oggi non si va mai davvero da nessuna parte. «Siamo sinceri: abbiamo ridotto il mondo a uno sfondo per i nostri selfie». Ci fotografiamo continuamente nell'illusione di esistere, nelle immagini postate sui social «cerchiamo disperatamente di inquadrare solo noi stessi senza il resto della massa, e che però riteniamo debbano essere viste e possibilmente apprezzate dal resto della massa». Viaggiamo cercando uno scenario «all'interno del quale ci illudiamo di essere protagonisti mentre in realtà non siamo altro che comparse: comprese Chiara Ferragni e Kim Kardashian coi loro milioni di follower». Culicchia, tra l'altro, cita un pensiero di un grandissimo scrittore: «Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Non hanno altro in testa, di continuo, se non esibire sé stessi e nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l'intero essere umano, perché della deformazione e della perversità non solo è innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l'unico vero». È un passo del romanzo di Thomas Bernhard intitolato Estinzione, uscito nel 1986. Nel 2021 grazie ai social direi che all'estinzione ci siamo arrivati, sicuramente a quella dell'intelligenza.

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