Patria senza mare, così l'Italia ha "tradito" il suo tesoro

Marco Valle, in "Patria senza mare. Perché il mare nostrum non è più nostro. Una storia dell'Italia marittima" edito da Signs Publishing, racconta cause e evoluzione dell'abbandono del mare da parte del nostro Paese

Patria senza mare, così l'Italia ha "tradito" il suo tesoro

Di fronte alla ritrosia dei marinai che dovevano tornare a Roma sfidando una tempesta, si narra che Pompeo ruppe gli indugi con una frase rimasta nella tradizione marinara fino ai nostri giorni: "Navigare necesse est, vivere non est necesse", "navigare è necessario, vivere non è necessario". Plutarco fece pronunciare queste parole al condottiero romano per fargli esprimere un concetto chiarissimo: quelle che navi dovevano arrivare a destinazione a qualsiasi costo, anche se fosse stato necessario sacrificare la stessa vita di chi temeva il mare e le sue onde.

Una frase del genere si presta inevitabilmente a un significato metaforico: quello del sacrifico, dell'azione, del combattere per un obiettivo fino alle estreme conseguenze. Ma se rimettiamo queste parole nel loro significato letterale, esse ci indicano una traiettoria, anzi, una rotta, che dall'azione di quei marinai narrati da Plutarco può essere traslata su qualsiasi popolo o Stato: navigare è necessario. Anzi, forse è proprio navigare che permette davvero di vivere, e non solo di sopravvivere. Allora ecco che quella affermazione di Pompeo può essere declinata anche per l'Italia e diventare, in fondo, simbolo della sua storia, di grandi potenze ma anche di grandi miserie, di sconfitte e di aspettative illuse, di incredibili (e dimenticate) vittorie e di occasioni perdute forse più per incapacità delle classi dirigenti che per inesperienza del popolo. Tutto con un unico denominatore, il mare, che circonda l'Italia ma da cui il Paese sembra voler fuggire. Necessario eppure mai al centro della vita degli italiani.

Marco Valle, in "Patria senza mare", edito da Signs Publishing, dipinge con assoluta padronanza il quadro storico e culturale che ha sancito l'abbandono del mare e il declino dell'Italia. Un rapporto eterno e difficile. Un matrimonio più di convenienza che di amore, che riporta alla mente quel passaggio di "Terra e mare" in cui il filosofo Carl Schmitt, riassumendo la relazione tra essere umano e mare, collegava Venezia al suo "sposalizio con il mare". Quel rito, ricorda Schmitt, simboleggiava sì l'amore tra la Serenissima e l'acqua, ma anche il suo sentirsi diversa da essa. Un matrimonio, infatti, si fa inevitabilmente tra due esseri distinti, e così Venezia sposava il mare senza identificarsi con esso. Una repubblica marinara ma non marina, in cui l'Adriatico e le rotte del Mediterraneo erano fondamentali per l'economia e per proteggersi dai nemici, ma non, secondo il filosofo, una sola cosa con la Serenissima.

Se la più grande potenza navale della storia italica, Venezia, non riusciva a sentirsi tutt'uno con il mare, non deve dunque sorprendere che il Patrio Stivale, pur avendo il mare come elemento necessario, sia sempre fuggito dal dominio marittimo. La sua grandezza si è consolidata proprio quando il Mediterraneo è stato, in larga parte fino al Medioevo, "Mare Nostrum". Ma quel mare, gli italiani lo hanno volentieri e testardamente abbandonato. Un tradimento che - paradossalmente - ha iniziato a consumarsi proprio grazie un italiano, Cristoforo Colombo, che con le sue scoperte ha abbattuto le colonne d'Ercole sancendo il declino psicologico del Mediterraneo. L'asse commerciale, quindi politico e culturale, si è spostato gradualmente verso l'oceano, prima in terra iberica, poi sulle coste atlantiche dell'Europa e della Gran Bretagna e, infine, in terra americana. E in tutto questo, il Mare Nostrum è stato lasciato solo, distante dalla "storia", dimenticato dagli stessi italiani.

Per i secoli successivi le (piccole) potenze patrie hanno indubbiamente dovuto fare i conti con quel mare per soddisfare necessità e residue ambizioni. Ma qualcosa si era definitivamente rotto. La marineria italiana, rappresentata dalle repubbliche, dai regni e dal Papato, iniziò una lenta e inesorabile agonia che Valle traccia collegando fatti, documenti e i prodotti intellettuali del tempo. Al punto che per capire quanto gli italiani fossero ormai estranei al mare, l'autore cita Giacomo Leopardi e il suo "Zibaldone".

In questo rapporto complesso, appunto di un amore difficile, sofferto, ma necessario e spinto anche da una profonda vocazione dimenticata nel tempo e per alcune insite debolezze, l'Italia ha provato a ripartire dal mare. Perché in fondo esso è stato sempre il volano della sua ascesa e il simbolo del suo declino. L'Italia risorgimentale ha cercato di cogliere le opportunità offerte dalla nuova nazione e dalle novità venute dalla tecnologia, a partire dall'apertura di Suez. Il Regno di Sardegna, poi diventato d'Italia, ha provato a sfruttare il mare per dare un impulso all'industria nazionale e alle esportazioni. La guerra italo-turca così come le spedizioni in Corno d'Africa segnarono il ritorno di una forma di potenza navale grazie alla Regia Marina. La Prima guerra mondiale fece capire che l'Italia aveva indubbie doti di marineria da poter sfruttare pienamente nello scenario mediterraneo. E dimostrò il suo valore anche nella tragedia del Secondo conflitto mondiale, proprio in quel mare che Benito Mussolini cercò di imporre come obiettivo primario dell'agenda estera dell'Italia fascista, pur se con velleità pagate a caro prezzo. Uno scotto che l'Italia ha pagato con le condizioni di resa e con un ruolo geopolitico declassato a potenza secondaria come secondario tornò a essere il Mediterraneo dopo il secondo dopoguerra.

Valle, in questa lunga e piacevole carrellata della storia tradita del mare italiano, descrive un continuo oscillare tra abbandono e ricerca, vocazione repressa e speranza di recuperare il tempo perso. Un Mediterraneo non più "nostrum" che ora, con il mondo in piena fibrillazione, può essere il simbolo perfetto del declino o della (eventuale) rinascita dell'Italia. A noi capire da che parte dirigere le nostre attenzioni e il nostro futuro.

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