Cultura e Spettacoli

Troppo ordinaria. La Traviata affonda tra i fischi

Contestati il Maestro Gatti, i cantanti e soprattutto la regia. Si salva la Damrau, interprete di Violetta

Troppo ordinaria. La Traviata affonda tra i fischi

Chi ha creduto a possibili «scandalose» riletture in chiave registica della Traviata che ha aperto la stagione 2013-14 del Teatro alla Scala, è rimasto deluso. La regia di Dimitri Tcherniakov ha sollevato perplessità per il moderato tasso di trasgressione, diversamente da quanto accaduto in altre produzioni del regista russo. Annunciata come meditazione «bergmaniana», cioè giocata sui toni freddi e sulla grande recitazione degli attori, si è rivelata come una declinazione verso un naturalismo spogliato e algido, quasi dimesso, senza la temutissima retorica melodrammatica (il campionario «gestuale» di tradizione era espunto alla ricerca di un tono più libero e a tratti scanzonato). Di fatti alla fine dell'opera il giovane regista Dmitri Tcherniakov è stato subissato dai fischi e dai «buu», ma forti contestazioni sono arrivate anche al direttore d'orchestra Daniele Gatti e ad Alfredo-Beczala. L'unica che si salva dal Loggione infuriato è Violetta-Damrau. Saloni di memoria antica, una cucina rustica per il nido d'amore degli amanti, abiti da sera frugati nel trovarobato e inserti modaioli (qualche pezzo «esotico» come la squaw-chic chez Flora), come richiede l'etichetta in un gaio convito, tutto, comunque, secondo i dettami della koiné internazionale in voga. Violetta in campagna sembra la sua fantesca, mentre alla festa di Flora sfoggia una parrucca alla Minnie Minoprio e abiti poco attenti alla sua figura. Annina (interpretata da un soprano di illustre passato, Mara Zampieri) ha ricordato invece una nota tele-guru del pret-à-porter. Alfredo scarica spiriti e furore tirandola la sfoglia, preparando il minestrone e cullando la bambola di una Violetta che fu. A tratti la messa in scena ci ha ricordato certe operazioni cinematografiche di Buz Lurhmannn, ma senza quella vitalità scatenata, quel ritmo travolgente che sarebbero stati i benvenuti nella monotona scena scaligera.

Veniamo ai protagonisti sulla scena. Diana Damrau (Violetta) senza dubbio è un soprano con doti vocali cospicue, sicura in un ruolo dove le attese (soprattutto alla Scala) erano enormi, a suo agio quando sale nel «passaggio» e nell'ottava acuta. Meno comunicativa nel dialogo brillante, quando le note battono sui «centri». Ha comunque ben superato le insidiose fioriture della prima aria e della seguente cabaletta, con inclusa farcitura del sopracuto conclusivo, non indimenticabile. Concentrata nel lento calvario pre-morte. Accanto a lei Piotr Beczala (Alfredo) si è mosso con discrezione: è un'amante, se non proprio spavaldo, umbratile e sensibile. Ed ha una voce nei centri, aperta e gradevole. Germont padre era il baritono serbo Zeliko Lucic. Autorevole in scena, ma purtroppo preda di problemi di intonazione nella zona acuta che hanno vanificato la quasi infallibile presa delle sue rampogne ad Alfredo, anche se ha cercato di cantare alleggerendo (No, non udrai rimproveri). Preparati con puntualità gli interventi corali sia per l'ebrezza metafisica che per le architetture ritmiche degli inviati chez Violetta (zingarelle e mattadori nel terzo atto non erano più elementi di folclore, ma semplici invitati, colorata tappezzeria musicale). In questo si avverte sempre la mano del maestro del coro Bruno Casoni, collaboratore all'altezza della più alta tradizione scaligera. Scegliere un'opera come Traviata per inaugurare la Scala è un bell'atto di coraggio, e di questo bisogna darne atto al maestro Daniele Gatti. Non è la prima volta che lo ascoltiamo dirigere Verdi (e Traviata). Gatti non ama tempi brucianti, o incisivi, o nervosi. Predilige stacchi più moderati, ottiene una pronuncia mai volgare, ma certi tempi necessiterebbero minor flebilità, e il suono, a volte, è anemico. Non pare siano state indicate «nuove vie» interpretative in questa Traviata, ma percorse strade battute. Resteranno, nella memoria, quei sonori fischi.

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