Lo zen? Una cosa da reazionari

Altro che disciplina per radical chic. Così Alan Watts riscoprì la vera anima dello zen

Lo zen? Una cosa da reazionari

I protagonisti indiscussi della controcultura americana del secondo dopoguerra, i beatniks degli anni Cinquanta e gli hippies degli anni Sessanta, vengono spesso considerati come gli alfieri dell’ondata pacifista e progressista dilagata nei decenni successivi, ma la realtà è affatto diversa. La gioventù bruciata e i suoi “ribelli senza causa” protestano sì contro il mondo moderno, ma in nome di un ordine naturale rispettoso della dimensione spirituale dell’uomo, ordine che il dilagante consumismo negava stolidamente. Ecco, allora, la reazione, più istintiva che ragionata, di coloro che, rifiutando la vuota prospettiva di una vita fatta di lavori alienanti e rate da pagare, si ribellano contro la società materialista. Nel loro istintivo rifiuto della vita comoda, lodano la fuga nella natura già teorizzata da Thoreau e Whitman, esaltano il nomadismo descritto in alcuni romanzi di Hesse oppure, rimanendo nel tema del “pellegrinaggio in Oriente” si rivolgono alle dottrine asiatiche, alla ricerca di quelle esperienze interiori che il cristianesimo protestante, egemonico in America, non sapeva offrire.

Tra i principali teorici della fuga in Oriente troviamo il guru Alan Watts (1915 - 1973), prolifico scrittore apprezzato anche in Italia - soprattutto per il best-seller la Via dello Zen - dove viene erroneamente identificato con l’immagine un pacifista straccione e debosciato, quando in realtà era un tradizionalista reazionario. Nato nel 1915 in Inghilterra, nel Kent, cresce nella fede anglicana e, anche se fin da giovanissimo aveva manifestato interesse e curiosità per il Buddismo, nel 1945, dopo aver studiato di teologia in America, è ordinato ministro della Chiesa Anglicana. Dopo una fruttuosa esperienza come cappellano alla Northwestern University, nel 1951, a causa del fallimento del suo matrimonio, lascia il ministero e la East Coast per trasferirsi in California, a San Francisco, dove frequenta la American Academy of Asian Studies, diventando rapidamente un divulgatore di successo di tutte le religioni orientali, come dimostra la cinquantina di volumi pubblicati.

Discepolo, in gioventù, del misterioso guru serbo Dimitri Mitrinovic, Alan Watts è, in campo economico, un seguace mai rinnegato delle teorie fascisteggianti del Guild Socialism e del Social Credit, che sono le fondamenta del pensiero economico di Ezra Pound. Nella seconda metà degli anni Quaranta, pur rimanendo legato al pensiero anglicano più conservatore, scopre la Tradizione universale, quella scritta con la T maiuscola, come gli avevano insegnato le opere di René Guénon e Ananda Coomaraswamy. Da loro impara che stiamo vivendo nell’Età Oscura, il Kali Yuga, dominata dal materialismo più grezzo, ma tale scoperta non lo induce ad abbracciare le vaghe teorie misticheggianti ancora oggi di moda, quali, ad esempio, il vegetarianismo e la non-violenza. Consapevole che la vita è lotta per la sopravvivenza e che la nostra vita si basa sulla morte di altre creature, Watts critica l’ipocrisia dei vegetariani, che si limitano a “uccidere” forme di vita che non strillano e non sanguinano, ma non per questo muoiono di meno. Mangiare carne è un tentativo di accettare la legge della natura, rifiutata dai vegetariani. L’importante è non uccidere inutilmente o crudelmente, avendo soprattutto sempre presente il fatto che è meglio preoccuparsi di dare agli animali una “buona vita” piuttosto che limitarsi a offrire loro una “buona morte”, e in questa frase c’è tutta la filosofia ecologista del nostro, che giunge a teorizzare il miglior modo di cucinare il cibo affinché il sacrificio compiuto non sia stato invano.

Alan Watts dimostra lo stesso anticonformismo quando critica la deriva “assembleare” delle religioni rivelate, già evidente negli anni Sessanta: “I ministri del culto non devono preoccuparsi di fornire ai loro fedeli un ambiente sociale per l’esperienza religiosa… Devono invece considerare la necessità di avere chiese e templi per la contemplazione e la meditazione, dimenticando i pulpiti e i leggii utili soltanto a scagliare le Scritture contro i fedeli sottomessi. Essi devono, inoltre, preoccuparsi di soddisfare il bisogno di monasteri e di comunità religiose dove vengano insegnate le varie discipline spirituali che portano alla visione mistica”. Autorità spirituale, disciplina mistica, accettazione della vita come conflitto, critica all’usura e soprattutto una profonda fede religiosa sono i cardini del pensiero di Alan Watts, che risulta, quindi un personaggio assai più vicino al pensiero conservatore e persino reazionario di quanto i suoi superficiali lettori italiani possano immaginare.

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