Dagli indios ai marines Non c’è battaglia che sia stata vinta (oppure persa) senza le droghe

Q uando è iniziata la guerra? Nessuno lo sa, forse la prima volta che un Homo Cro-Magnon ha incontrato un Neanderthal. Di certo però la guerra è paura, fatica, rischio di morte. E da sempre l’uomo per superare tutto questo cerca degli aiuti. Quali? Da sempre si canta prima del combattimento o si prega, addirittura si cercano stati di trance che amplifichino la forza e la resistenza del combattente. Però quando non basta, quando l’orrore è troppo, si ricorre ad altro, come le sostanze psicoattive e psicotrope. L’usomoderno di sostanze potenzianti come l’Mdma (3,4-metilenediossimetanfetamina) oil Pervitin (metanfetamina) da parte dei tedeschi nella prima e nella seconda guerra mondiale, è stato molto studiato. Ma in realtà il «doping» militare è molto più antico. Droghe e combattimento sono sempre andate di pari passo. Un rapporto che però gli storici hanno spesso trascurato, almeno sino all’arrivo del nuovo saggio di Lukasz Kamienski: Shotting up. Storia dell’uso militare della droga (Utet, pagg. 544, euro 24). Kamienski, che ha insegnato alla London School of Echonomics, parte dalle droghe assunte da tempo immemore dagli indios del bacino dell’Orinoco (che utilizzano la yupa, polvere di semi di una particolare mimosa, la Piptadenia Peregrina, per diventareferocissimi) sino ad arrivare ai più moderni ritrovati. Ritrovati utilizzati in gran quantità dai gruppi terroristici, e dagli eserciti irregolari, per rendersi più letali nei moderni conflitti asimmetrici: tanto perfare un esempio, nella seconda battaglia di Falluja (2004) risultò che la maggior parte degli «insorgenti»fosse imbottita di antidolorifici e anfetamine. I marines dovettero cambiare tattica di fuoco e cercare di centrarli sempre alla testa. Quella che emerge dal libro è però una grande continuità. Certo, le droghe sono diventate più potenti. Ma molti meccanismi sono rimasti gli stessi. Ad esempio, ben prima di Falluja sostanze dopanti hanno avuto un ruolo in guerre «asimmetriche». Durante la guerra anglo-zulu, combattuta in Africa meridionale dal Regno Unito nel 1879, i guerrieri di re Cetshwayo kaMpande osservavano un particolare rituale pre-battaglia. Erbemedicinali (chiamate «intelezi») servivano a vomitare e purificare l’organismo. Seguivano una birra e la dagga, una varietà sudafricana della cannabis che veniva fumata o usata come infuso nel tè. Essendo sedativa, veniva associata a una sostanza psicoattiva, l’olkiloriti, ottenuta dalla corteccia dell’Acacia nilotica. Dopo aver assunto questo coktail, gli zulu erano in grado di subire tremende ferite e di continuare a combattere. Anche gli europei comunque hanno fatto ricorso, sin dall’antichità a sostanze psicoattive. La più diffusa negli eserciti occidentali è stata l’alcol. Era fondamentale per gli opliti dell’antica Grecia quanto lo era per i fanti della prima guerramondiale, che a volte venivano mandati all’assalto praticamente ubriachi.Ma sono state utilizzate anche sostanze più estrose. Kamienski dedica molte pagine ai famosi guerrieri nordici noti come Berserkir. Si recavano sui campi di battaglia coperti di pelli di animali, generalmente orsi o lupi, credevano che lo spirito di quelle belve si impossessasse di loro e si trasformavano in veri ossessi. Erano capaci di terrorizzare anche gli altri vichinghi, notoriamente non un popolo dimammolette. Non ci sono certezze,ma è assai probabile che questi stati di «trance bellica» fosseroindotti utilizzando l’amanita muscaria o la meno allucinogena amanita pantherina. Quindi sui campi di battaglia norreni c’erano probabilmente altrettanti allucinati che tra lefile dei soldati americani in Vietnam dove dal fai da te sciamanico dei funghi si era passati alle anfetamine e le Thorazine fornite dallo Stato (a cui poi i soldati aggiungevano la produzione locale di droga e il tradizionale abuso di alcol). Ma come pesare, anche con cinismo, il reale risultato bellico di queste sostanze? Kamienski lo fa di volta in volta. Qualche volta le droghe hanno retto la prova sul campo. Qualche altra volta l’abuso ha stroncato interi eserciti proprio durante il combattimento. Giusto per fare un esempio, gli inglesi ad El Alamein erano pieni di benzedrina. Ressero bene la battaglia ma nell’inseguimento delle truppe dell’Asse gran parte della truppa pagò pegno con un improvviso cedimento nervoso e psicofisico, costellato anche di episodi allucinatori. Un altro caso clamoroso di pessimi soldati drogati si è riscontrato in due guerre causate proprio dalla droga. Nelle famose Guerre dell’oppio tra Cina e Inghilterra (1839-1842 e 1856-1860) i cinesi avevano le loro ragioni nel non volere più essere invasi dall’oppio a basso costo importato dagli inglesi: stava trasformando milioni di cinesi in zombie. Peccato però che l’esercito cinese, oltre a esseremale armato, fosse anche una delle plaghe della società più colpite dalla tossicodipendenza. Gli inglesi sbaragliarono facilmente un branco di drogati (e a volte faticavano a gestire prigionieri in crisi di astinenza) mandati a combattere contro l’importazione della sostanza che più bramavano. Perché, se c’è una cosa che si capisce con chiarezza dal libro di Kamienski, è questa. Drogandosi, si può vincere una battaglia. Ma ciò che si fornisce ai soldati finisce poi per circolare anche tra i civili. E minare un’intera nazione. Dallo sballo di guerra allo sfascio di pace il passo è breve.