Dall’«Amleto» allo sberleffo dei potenti: il folle gioco di Filippo Timi al Teatro India

Ha fatto dell’eclettismo la carta vincente. E basti dare una veloce scorsa al suo curriculum per accorgersi che Filippo Timi (classe ’74) è un artista capace di passare abilmente dal teatro al cinema, dalla musica alla letteratura e di farlo sempre con maniacale energia. Lo ricordiamo portentoso in numerosi spettacoli firmati da Giorgio Barberio Corsetti e in pellicole di successo come le recenti «Doppia ora» di Capotondi, «Vincere» di Bellocchio e «Come Dio comanda» di Salvatores (esperienza approdata anche in forma di recital all’Auditorium in coppia con Elio Germano e su musiche dei Mokadelic). La stessa forza la ritroviamo nei suoi romanzi e nei suoi racconti (editi da Fandango, Garzanti e Midgard) e nella sua scrittura per la scena. Quella scrittura stravagante e sanguigna che sostiene, ad esempio, la pièce «Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche», di cui Timi (anche regista con Stefania De Santis) sarà interprete da questa sera al teatro India al fianco di Paola Fresa, Marina Rocco, Luca Pignagnoli e Lucia Mascino. Punto di partenza: l’«Amleto» di Shakespeare. Punto di arrivo: un gioco folle, sospeso tra sberleffo e grottesco (anti)tragico, che indaga i meccanismi del potere e - soprattutto - ne propone un’irrisoria distruzione, una giullaresca farsa inscenata dal potere stesso. Spiega l’autore e interprete: «Un poveraccio quando esce fuori di testa si sente Re, un Re quando impazzisce che cosa di può mai immaginare di essere? Un ragazzino viziato…che d’improvviso si sveglia nella notte…inizia a ridere e demolire il mondo…. Ridere è la risposta della coscienza alla tragedia?». Si ispira al capolavoro del Bardo anche lo spettacolo che un altro acclarato talento della nostra scena «giovane», Oscar De Summa («Riccardo III» e «Il Mercante di Venezia» diretto da Civica tra i suoi ultimi lavori), presenta nella stessa sala in seconda serata (alle 22) con debutto sempre martedì. In «Amleto a pranzo e a cena» lo spazio di rielaborazione fa leva sul gioco metateatrale e cattura il pubblico in un duplice livello di finzione: quello della nota tragedia e quello di una compagnia che, come succede in molte opere di Pirandello, cerca di allestire «Amleto» superando litigi, gelosie, incomprensioni che, prima di riguardare la scena, riguardano la vita.

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