Dalle accuse infamanti a una semplice multa

RomaDa quando iniziò a litigare sulla (mala)gestione dei rifiuti a Napoli, mandando a quel paese tutti a causa di una diversità di vedute con l’ex ministro Pecoraro Scanio, per Guido Bertolaso sono iniziati i problemi: mediatici e giudiziari. Il tiro al bersaglio all’immagine del capo della Protezione civile è continuato nonostante l’ottimo lavoro svolto durante il terremoto, s’è incattivito col tentativo di metterlo comunque in mezzo ai festini di Tarantini, non si è placato con la recente richiesta d’archiviazione della procura partenopea che ha archiviato i reati più gravi per i quali Bertolaso era indagato nell’inchiesta sulla presunta gestione illecita di tonnellate di rifiuti differenziati. Già, perché nonostante la decisione del procuratore Lepore e del pm De Marco di non chiedere il processo per il sottosegretario per i reati ben più gravi di traffico illecito di rifiuti e truffa aggravata ai danni dello Stato, una certa stampa sinistra anziché prendere atto del «flop» dell’ipotesi investigativa su Bertolaso avanzata dai pm Noviello e Sirleo (protagonisti di una querelle col diretto superiore) ha rimarcato il dato assolutamente minore proveniente dal vertice della Procura. E cioè la sola richiesta di rinvio a giudizio per una gestione dello smaltimento dell’immondizia partenopea «in violazione della autorizzazioni». Reato contravvenzionabile.
Secondo gli inquirenti, dunque, negli anni dell’emergenza si sarebbe verificata una gestione complessiva dei rifiuti in violazione delle autorizzazioni in materia. Una responsabilità della violazione a titolo di colpa e non di dolo. A fatica, dunque, si chiude almeno in parte una vicenda contrassegnata da iniziative giudiziarie spesso discusse. Con velate accuse di accanimento contro colui che aveva contribuito a risolvere il problema dei rifiuti a Napoli. Lo stesso Bertolaso, al clou dell’inchiesta, ebbe a denunciare l’insolito modo di agire degli inquirenti: «I miei funzionari, il mio vicario, i dirigenti, l’avvocato dello Stato, i generali, i prefetti, sono stati sottoposti a tutta una serie di interrogatori per quanto riguarda il funzionamento dei termovalorizzatori. Comprendiamo e apprezziamo l’attenzione che viene dedicata al nostro lavoro ma c’è il timore che questi continui interrogatori possano intimidire qualcuno, che qualcuno si possa preoccupare, spaventare, possa pertanto non dico lasciarci ma allentare la tensione e l’impegno e la passione con la quale si sta dedicando a questo lavoro». Dopodiché Bertolaso affrontava il metodo dell’inchiesta, le modalità con le quali venivano svolte le indagini: «Spero che queste attività si stiano portando avanti nel rispetto della legge» perché a volte «rappresentanti della polizia giudiziaria non solo si presentano a chiedere documenti e atti non sempre accompagnati da corrette procedure d’uso» ma talvolta «le domande sono finalizzate a ottenere risposte che si possono trovare tranquillamente sul nostro sito, si leggono benissimo in tutti i documenti e i regolamenti, ordinanze che sono pubbliche». Domande che - a detta sempre di Bertolaso - sembrano formulate «più per dare la sensazione che qualcuno è sotto controllo piuttosto che per avere informazioni».
Proprio per una diversità di vedute sull’inchiesta, sul caso Bertolaso la procura si è spaccata. Il capo dei pm napoletani ha preso atto delle indagini suppletive e delle memorie presentate dai difensori degli indagati per mettere la parola fine all’affaire-rifiuti. Ora la palla passa al gip, ma la partita contro Bertolaso sembra già finita. A vantaggio di quest’ultimo.