La camera ardente di Chiara Costanzo, morta a 16 anni nell'incendio del locale Le Constellation di Crans Montana, è nella cappella del collegio San Carlo, la scuola che lei aveva frequentato prima di scegliere lo scientifico Moreschi per le superiori. È qui, tra lo sciame di giovani che vanno a salutarla, che l'arcivescovo Mario Delpini lancia la sua richiesta perché sia fatta giustizia sulla terra: "Credo che sia giusto chiedere giustizia, è necessario. Se i locali che ospitano persone che fanno festa non sono adeguatamente sicuri è una grave responsabilità per chi li gestisce".
Poco dopo, è ancora il primo pomeriggio, arriva alla camera ardente di Achille Barosi, 16 anni, nella basilica di sant'Ambrogio. Preghiera silenziosa, perché ciò che doveva essere detto è già stato detto, a poche centinaia di metri di distanza e ancora prima, nel pontificale dell'Epifania in Duomo, dove i paramenti della solennità si oppongono all'oscurità che spegne la vita.
"Bisogna attraversare le tenebre" scandisce Delpini dal pulpito. E ancora: "Sì, bisogna attraversare l'enigma incomprensibile e sconcertante. Irrompe nei giorni sereni, nelle notti di festa la tragedia che rovina la vita. Oggi in particolare ci sentiamo coinvolti nella tragedia di Crans-Montana e partecipiamo allo strazio delle famiglie. Ecco: la tragedia incomprensibile, ingiustificabile, irrimediabile". È l'ora tenebrosa del lutto.
Chiara era tutor al doposcuola dell'oratorio di Sant'Ambrogio, si presentava ogni venerdì per dare il suo aiuto, Achille frequentava la terza architettura del liceo artistico delle Orsoline, a un passo da sant'Ambrogio. I due ragazzi si conoscevano, perché entrambe le famiglie hanno casa a Crans. La tragedia è, se possibile, ancora più incomprensibile e sconcertante, anche se la causa è così colpevolmente umana.
Ai ragazzi raccolti intorno a Chiara, l'arcivescovo si è rivolto anche con parole incoraggianti: "Ai giovani mi sento di dire di farsi avanti, perché vogliamo scrivere una storia nuova, vogliamo preparare un futuro diverso, possiamo sperare in un modo di vivere che non si rassegna alla morte e alla disperazione". E se l'emozione che questa tragedia ha suscitato in tutti è "lo sconforto", l'invito di Delpini è a guardare avanti, non in senso consolatorio, come forse sarebbe più facile fare in questo momento, ma proprio per evitare che tutto quel che è accaduto, i sentimenti che si sono accesi, svaniscano in quel nulla della quotidianità che spegne il pianto e può appannare anche il migliore dei propositi buoni. O trasformarsi in rabbia, angoscia, depressione.
E invece. "L'emozione e la commozione svaniscono presto e serve qualcosa di più serio, di più solido - dice Delpini -. Sono convinto che siano necessari lo spiraglio della speranza e l'intensità della preghiera". Parole dosate nel momento della disperazione, quando la speranza è solo una lucina persa nel buio e la preghiera una fiamma smorta che pure non vuole essere spenta.
Oggi, nella camera ardente di Chiara, è il momento di chiedere che sia il tribunale umano a rendere comprensibile ciò che non può esserlo: "Certo la giustizia non restituisce ai malati, ai feriti la salute e non restituisce i morti alle loro famiglie, però la giustizia è una richiesta del tutto legittima e doverosa". È l'ora della giustizia.