Davanti a fatti di cronaca che lasciano sgomenti, si riprende a discutere di immigrazione e integrazione. Si sente dire, giustamente, che dobbiamo proteggere la nostra identità. Sgomberiamo subito il campo: la sinistra non partecipa al dibattito. L'identità della sinistra consiste nel non averne una per trasformare l'Italia in una terra d'accoglienza. Passiamo dunque direttamente alla destra. C'è una domanda che la destra al governo evita: cosa stiamo difendendo, esattamente? Conosciamo la retorica sulle radici cristiane, la famiglia, la nazione. Ma ci domandiamo, in concreto: quali istituzioni e quali idee sono oggi abbastanza vive da costituire un'identità difendibile?
Inutile far finta che il problema centrale non sia l'immigrazione dai Paesi arabi. Partiamo dunque da qui. La questione dell'immigrazione islamica, affrontata quasi sempre sul piano della sicurezza o dei numeri, non è soltanto una questione demografica e di ordine pubblico. È una questione teologico-politica. L'islam porta con sé una concezione del rapporto tra legge divina e legge civile, tra comunità religiosa e comunità politica, incompatibile con la separazione tra sfera pubblica e sfera privata su cui si regge l'ordine liberale occidentale. Non è un'osservazione ostile: è una constatazione che gli stessi intellettuali musulmani riformisti ripetono da decenni, pagando spesso con l'isolamento o con la vita.
Il paradosso è che il liberalismo che pure dovrebbe essere attrezzato si trova in una posizione di debolezza strutturale di fronte a questa sfida. Patrick Deneen, nel suo Perché il liberalismo ha fallito (La Vela), lo ha mostrato con precisione: il liberalismo ha dissolto le comunità cristiane occidentali in nome dell'autonomia individuale, ha svuotato le chiese, delegittimato la trasmissione culturale come forma di indottrinamento, ridotto ogni appartenenza a preferenza personale revocabile. Poi si trova di fronte a una comunità religiosa che non ha accettato quel patto, che trasmette la propria identità con convinzione, che non separa fede e legge. E non sa come risponderle senza contraddirsi. Non può invocare i valori comunitari che ha demolito in casa propria.
Il dibattito pubblico, a destra come a sinistra, confonde continuamente tre piani distinti. Il primo è l'immigrazione come fenomeno economico e demografico: flussi di persone che cercano condizioni di vita migliori, gestibili con politiche ordinarie di controllo, selezione, integrazione. Un tema serio, ma amministrativo. Il secondo è l'islam come civiltà: un corpus teologico, giuridico e culturale millenario con cui l'Occidente ha un rapporto storico complesso, fatto di conflitto, scambio e fraintendimento reciproco. Su questo piano il confronto è non solo legittimo ma necessario, e richiede conoscenza, non slogan. Il terzo è il fondamentalismo islamico come progetto politico: la volontà esplicita di sostituire l'ordine civile occidentale con un ordine teocratico, presente in una minoranza organizzata e ben finanziata. Su questo piano non c'è mediazione possibile. Mescolare i tre piani, come fa la destra populista, produce demagogia utile elettoralmente e inutile politicamente. Separarli, come fa la sinistra progressista in nome dell'antirazzismo, produce una cecità che ha già avuto conseguenze concrete in Francia, in Germania, in Svezia.
Augusto Del Noce aveva diagnosticato il problema prima che diventasse visibile nelle sue conseguenze attuali. La modernità occidentale, argomentava, non produce ateismo militante ma qualcosa di più insidioso: indifferenza alla verità, incapacità di credere in qualcosa di assoluto. Una civiltà che non crede in nulla di definitivo non può rispondere a una civiltà che crede in qualcosa di definitivo con gli strumenti della persuasione liberale. Può solo opporre forza a forza, il che la porta sul terreno che dichiara di non voler occupare, oppure cedere per stanchezza. Questo non è un argomento a favore dell'islam. È un argomento sulla debolezza dell'Occidente: una difesa richiede che ci sia qualcosa da difendere, e che qualcuno sia disposto a farlo.
Robert Nisbet, in La comunità e lo Stato (Edizioni di Comunità), aveva mostrato che il totalitarismo nasce nel vuoto lasciato dalla distruzione delle comunità intermedie. La tesi vale per qualsiasi forma di colonizzazione identitaria: in un corpo sociale coeso, con istituzioni vive, con trasmissione culturale funzionante, la pressione esterna produce conflitto e negoziazione. In un corpo sociale già dissolto produce sostituzione silenziosa. L'immigrato arriva in società che hanno già smantellato le parrocchie, indebolito le famiglie, svuotato le scuole di qualsiasi contenuto forte.
Una destra coerente dovrebbe fare una cosa sola, difficilissima: ricostruire in casa propria le condizioni comunitarie che dichiara di voler difendere. Significa politiche demografiche serie, non bonus bebè. Significa una scuola che trasmetta la tradizione invece di relativizzare. Significa tutela delle comunità locali contro la logica della mobilità del mercato globale. Significa, in ultima istanza, che chi governa in nome dell'identità smetta di praticare il radicale individualismo che quella identità dissolve. Finché predica radici cristiane e non mette piede in una chiesa. Finché invoca la famiglia e non tocca le politiche economiche che la distruggono. Finché difende la civiltà occidentale come slogan elettorale e la erode come programma di governo, la risposta all'islam, e all'immigrazione in generale, rimarrà quello che è oggi: retorica che produce consenso e non costruisce nulla.
Il problema non si risolve soltanto chiudendo i porti; cosa che comunque aiuta, le regole ci vogliono e bisogna farle rispettare.
Si affronta ricostruendo una civiltà che valga la pena di essere difesa. E questo è un lavoro che non ha scorciatoie, non produce risultati in un mandato elettorale, e richiede esattamente il tipo di pensiero lungo che la politica contemporanea ha smesso di praticare.